Apre oggi all'Ex3 la mostra permanente sfrattata nel 2014 da Auschwitz Il nostro racconto tra le opere che raccontano l'orrore delle deportazioni Al primo passo nel buio ti accoglie Primo Levi: «Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita». La lapide in alto a destra, in doppia lingua, italiano e polacco, è un campanello d'allarme per l'attenzione che il percorso del Memoriale italiano di Auschwitz ti chiede di tenere accesa. Ma non è la porta d'ingresso nell'orrore. Lo richiama solamente. E ammonisce: «Da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa che il tuo viaggio non sia stato inutile», «che il frutto orrendo dell'odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme». È invece la porta d'ingresso di un percorso storico: 1922, la marcia su Roma, 10 giugno 1925 l'omicidio Matteotti, 1929 i Patti Lateranensi, 1936 l'invasione dell'Etiopia, 1938 le leggi razziali. E via scorrendo in un percorso a pendolo che intraprendi come rimbalzando da destra a sinistra nello scorrere del tempo, tra immagini, nomi, parole a strapiombo nella penombra, fino alla Liberazione. La mostra che oggi alle 10.30 si inaugura all'Ex3 di Gavinana è il momento finale di un percorso iniziato 39 anni fa nel Blocco 21 di Auschwitz e che negli ultimi anni non ha più trovato pace: ospita il Memoriale dei deportati italiani «sfrattato» da Auschwitz per via di quelle bandiere rosse, falci e martelli che nella nuova Polonia post-comunista sono diventate «fuori legge». Ha trovato però casa nel centro di arte contemporanea comunale chiuso da oltre sei anni e che da tre ospita quest'opera di proprietà dell'Aned, l'Associazione nazionale ex deportati. Creato nel 1980 dall'architetto Lodovico Belgiojoso dal '44 al '45 internato a Mauthausen e dal pittore Pupino Samonà, con il contributo di Primo Levi, Gianfranco Maris partigiano e senatore del Pci del poeta Nelo Risi e del compositore Luigi Nono. Dal 2016 è stato sottoposto a restauro e ricostruzione che l'ingegner Carlo Bottigelli dello studio Belgiojoso ha definito «monumentale» tanto che «mi ha ricordato la ricostruzione dei templi egizi di Abu Simbel quand'ero bambino». Camminando attraverso i 2.300 metri quadrati e 8mila metri cubi dell'Ex3 si trova «la luce», letteralmente parlando, solo nella parte finale del piano terra dove inizia la sezione dedicata alla nascita della Repubblica. Le immagini si fanno più grandi, il colore cambia, tutto è più chiaro. Poi una scala. Al primo piano ecco l'opera di cui nel 2014 il governo polacco ha deciso di disfarsi: una Spirale lunga tre corridoi con avvolta un'enorme pergamena, fragilissima, composta da 23 strisce dipinte, dedicata a tutti gli italiani caduti nei campi di sterminio. In un ambiente che riproduce fedelmente, anche nelle dimensioni, la baracca Blocco 21 di Auschwitz. Il tunnel dal buio arriva alla luce, che simboleggia la salvezza. È la Spirale della vita, come una serie di fotogrammi astratti che incarnano il tormento. E una passerella che evoca le traversine ferroviarie che portavano ai campi e le copie esatte di quei binari. «La Spirale racconta due mondi racconta l'architetto Alberico Barbiano di Belgiojoso, figlio di Lodovico ma partecipe in prima persona alla realizzazione del progetto l'incubo degli anni che passavano chiusi nel lager, senza sapere quando sarebbero finiti, e la storia della Resistenza che lentamente ha alzato la testa per poi scatenarsi dopo l'8 settembre». Tra astrattismo e riferimenti concreti Samonà ha dipinto tutti i principali colori e i simboli delle forze che lottavano contro il fascismo e che hanno sofferto la deportazione: cattolici, comunisti, ebrei, anche monarchici. «Ci troviamo Gramsci, Togliatti, De Gasperi prosegue Belgiojoso parole in caratteri latini ed ebraici, i simboli delle principali società tedesche che hanno approfittato della manodopera schiava nei campi come Bayer, Krupp, Siemens». «I problemi sono nati nel 2014 quando il governo polacco contestò all'Aned, e quindi all'Italia, il carattere non educativo dell'opera racconta Ugo Caffaz della comunità ebraica fiorentina che ha curato l'approdo a Firenze del Memoriale C'erano troppe bandiere rosse, lo avrebbero buttato via. L'Aned si è rivolta a molte città, compresa Prato, ma nessuna lo voleva». La Regione Toscana ha investito 2.600.000 euro (un milione già speso), Palazzo Vecchio ha trovato la sede, Fondazione CR Firenze ha pagato il restauro dell'Opificio delle Pietre e Cooperativa Archeologia. L'allestimento è provvisorio: «Ci sarà una gara internazionale per l'avanzamento tecnologico e promette Caffaz se ora è un luogo che spiega cosa è successo quando parliamo di sterminio degli ebrei, vorremmo trasformarlo in un luogo che spieghi anche perché è successo. Un museo sul dramma delle deportazioni. Qualcosa di ambizioso, di statura mondiale».