La storica dell'arte Adachiara Zevi sul Memoriale all'Ex 3: «Varsavia ha avuto paura di qualche bandiera rossa». «Questo nostro presente complesso ci sfida, mettendo in discussione persino la Memoria della Shoah. Far vivere il ricordo attraverso forme nuove affinché non diventi routine o ancor peggio sia strumentalizzato è quindi un'urgenza assoluta». Anche per questo, sostiene Adachiara Zevi, storica dell'arte che numerose iniziative ha dedicato all'elaborazione delle ferite del Novecento, l'operazione che si sta completando a Firenze, al padiglione EX3 a Gavinana dove questa mattina sarà inaugurato il Memoriale ai Caduti italiani nei lager nazisti un tempo ospitato nel Museo di Auschwitz, rappresenta «un atto dal valore simbolico molto forte». Di proprietà dell'Aned, l'Associazione nazionale che rappresenta gli ex deportati, il Memoriale fu realizzato nel 1980 da un gruppo di lavoro di altissimo livello in cui figuravano, tra gli altri, l'architetto Lodovico Belgiojoso, il poeta Nelo Risi, il pittore Pupino Samonà. E con loro anche Primo Levi, che firmò un testo destinato ad essere un monito per tutti i visitatori. «Sono molto curiosa di vedere il risultato finale, l'effetto che farà in questa nuova sede», afferma Zevi. «È comunque significativo e lodevole che qualcuno si sia preso la briga di provarci. Altrimenti avremmo rischiato di perdere un capolavoro assoluto». Perché il Museo di Auschwitz ha ritenuto di doversene liberare? «Il Memoriale è stato concepito in un momento in cui la deportazione ebraica era inserita in un contesto più generale, che teneva conto anche di altre vicende. Con il cambiamento della situazione politica in Polonia, sempre più tendente a un allarmante nazionalismo, qualche bandiera rossa di troppo ha fatto storcere il naso a qualcuno. La versione ufficiale è che la struttura non fosse in linea con gli standard di un museo moderno. Ma renderla compatibile, se si fosse voluto, non sarebbe stato difficile». Cosa rende speciale il Memoriale italiano? «Il fatto che sia stato concepito appositamente per Auschwitz, con alcuni accorgimenti che lo facevano dialogare con il drammatico contesto in cui era accolto. E inoltre il suo dinamismo: per vivere questo spazio, per capirlo davvero, bisogna percorrerlo in un senso e nell'altro. Si tratta infatti di una pedana, cui è ancorata una spirale che ci accompagna dall'inizio alla fine. All'interno vi si racconta la storia politica d'Italia a partire dagli Anni Venti fino al termine del secondo conflitto mondiale. Un formidabile atto d'accusa contro il fascismo». Tra quanti furono coinvolti spicca il nome di Primo Levi, di cui ricorre in questi mesi il centenario dalla nascita... «Con le sue parole, raccolte nel testo "Al visitatore", Primo lancia un messaggio sempre valido: non ha senso neanche soffermarsi sulla deportazione, parlare di Auschwitz, se prima non ci si relaziona con quello che c'è a monte». Un messaggio in crisi? «Guardo al confronto politico e mi sento di dire che sì, c'è qualcosa di molto inquietante in alcune recenti manifestazioni e negli insistenti tentativi in corso di una riscrittura storica. Per consolarmi guardo anche al mondo della scuola, almeno quello che frequento, dove registro al contrario un'ottima capacità di trasmissione ai ragazzi da parte degli insegnanti. Sempre più spesso, per trattare questi temi, si rivolgono proprio all'arte». Lei per prima ha portato in Italia, a Roma, le pietre d'inciampo. È quella la strada da seguire? «Grazie a pochi centimetri quadrati di ottone i giovani riescono ad affacciarsi con nuova consapevolezza a un'intera epoca. Dal gennaio del 2020, come comunicato di recente, arriveranno anche a Firenze. È sicuramente un'ottima notizia».