La grande mostra al Mann e da ieri il restauro della Letizia di Capodimonte: Napoli non è mai stata tanto canoviana. Per connettersi con l'Archeologico, il museo diretto da Sylvain Bellenger mette mano ai «gioielli di famiglia» e restaura la Letizia Remolino Bonaparte di Canova, opera in gesso acquisita nel 1808 da Murat, re di Napoli e marito della sorella di Napoleone. Lavori in presa diretta: il pubblico potrà interagire con gli esperti che useranno l'agar, un'alga rossa atossica. Napoli La grande mostra al Mann e da oggi il restauro della «Letizia» di Capodimonte: Napoli non è mai stata tanto canoviana. O meglio lo è stata certamente quando Antonio Canova stesso fu folgorato dalla città, al tempo in cui fu ospite della nobildonna Contarina Barbarigo che gli suggerì le visite alla collezione Farnese, alla Cappella Sansevero e al museo di Portici dove fu impressionato dai bronzi ercolanesi. Così, per connettersi con il Mann e contemporaneamente celebrare il grande artista, il museo di Capodimonte mette mano ai «gioielli di famiglia» e restaura la Letizia Remolino Bonaparte di Canova, opera in gesso che ha una storia interessante. «In omaggio all'esposizione internazionale del Museo Archeologico» racconta il direttore Sylvain Bellenger quasi dialogando con la scultorea madre di Napoleone che ha di fronte «inauguriamo la mostra-focus a cura di Maria Tamajo Contarini e Alessia Zaccaria con restauro a cantiere aperto. Il ciclo in cui inserisce è L'Opera si racconta . Da ieri pomeriggio gli studiosi in camice bianco lavorano alla ripulitura davanti ai visitatori. E interagiscono anche con il pubblico rispondendo a domande e curiosità». L'opera fu commissionata direttamente dalla madre di Napoleone nel 1804. «Canova la ritrasse seduta su una sedia alla greca continua Bellenger avendo come modello l'Agrippina. In quello stesso soggiorno romano furono probabilmente eseguiti gli studi conservati a Possagno, Venezia e Heno. Esposta alle Tuileries, l'opera fu acquistata a Parigi nel giugno 1818 da William Cavendish VI duca di Devonshire e oggi è esposta a Chatsworth House. Questa di Capodimonte, dunque, è una delle quattro copie in gesso ma ciò non svilisce la sua importanza. Canova è stato il primo artista a considerare le copie dei propri marmi come opere con le stesse caratteristiche delle sculture. Solo noi contemporanei siamo ossessionati dall'originale. Per lui i gessi erano al pari dei marmi e ne rifiniva i dettagli uno ad uno». Alla presentazione c'era anche Paolo Giulierini, direttore del Mann, che ha ricordato un altro link tra Letizia e l'Archeologico: «Qui si trova una statua di Agrippina che certamente è stata tra i modelli di Canova. Questo restauro testimonia, se ce ne fosse bisogno, il grande livello della proposta artistica di Napoli che, in questo momento, suscita invidia anche a Firenze». Ma come arrivò a Capodimonte Letizia ? «Fu lo stesso Canova a suggerirne il trasferimento a Napoli» racconta Maria Tamajo Contarini. «In particolare in alcune lettere indica l'alto valore didattico che l'opera avrebbe potuto avere sugli studenti». Così la scultura fu acquisita nel 1808 da Gioacchino Murat, re di Napoli e marito di Carolina, sorella minore dell'Imperatore Bonaparte. «E fu acquistata con una delle repliche in gesso del Napoleone come Marte Pacificatore che, dato per disperso, è stato ritrovato in parte e a pezzi nei depositi dell'Accademia delle Belle Arti di Napoli ed esposto nella Gipsoteca. Nel 1810 le opere erano nella stessa sala delle Regie scuole delle arti e del disegno nel Palazzo degli Studi in un allestimento che spiacque molto a Canova che lo visitò nel 1813». Troppo affastellato. Con il ritorno dei Borbone altro che celebrazione della stirpe napoleonica: «Le sculture finirono in depositi secondari e solo alla fine dell'Ottocento confluirono in quella che era la Sala del Canova del museo archeologico, assieme a Ferdinando IV». Nel 1957 la scultura arriva a Capodimonte dove viene sistemata nell'appartamento reale e da qui, trasferita in una «stanza tutta per sé»: la 6 del primo piano che sarà come una «sala operatoria» a porte aperte fino a settembre. «La diagnostica sarà visibile work in progress negli schermi intorno all'opera» conclude Bellenger «e consentirà di stabilire molte cose: se, ad esempio, per l'intelaiatura interna siano stati usati pezzi di legno, ferro o addirittura ossa animali». Il restauro, a cura di Marilena Anzani e Alfiero Rabbolini di Aconerre di Milano e di Augusto Giuffredi, docente all'Accademia di Belle Arti di Bologna (fu lui a ritrovare il Napoleone di cui sopra) sarà eseguito con l'agar, un'alga rossa , totalmente atossica. «Letizia dice Giuffredi in posa naturalistica a partire dall'inclinazione della testa, ha una particolare fragilità in una delle mani e moltissimi pregi. Nel cuscino su cui è seduta, ad esempio, si vedono persino i buchi del filo per le cuciture».