L'opera richiede interventi continui e sofisticati per la sua particolare fragilità Nell'immaginario collettivo si è impressa da secoli con una forza senza pari Un capolavoro che in epoca moderna è stato reinterpretato in molti modi, anche attraverso soluzioni ironiche o decisamente dissacranti L'Ultima cena, alla quale è dedicato il libro in edicola oggi con il «Corriere», è la grande icona, ma anche il grande malato, dell'arte. In cinque secoli la scelta che portò Leonardo a dipingere a muro come non si doveva fare l'ha trasformata in banco di prova delle scienze della conservazione. Nel cinquecentenario della morte dell'autore, i medici sono lì a mantenerla in vita attraverso macchine sofisticate, sebbene già nel 1556 Vasari avesse scritto che era «un'enorme macchia abbagliata» e nel XVIII secolo il viaggiatore Jonathan Richardson che non esisteva più. La storia del Cenacolo è fatta in gran parte di rifacimenti e rimozioni di quanto era stato rifatto. Oggi si procede con tecnologie capaci di abbattere le polveri sottili che ogni visitatore introduce nel refettorio: sarà costruita una gabbia di vetro che immetterà 10 mila metri cubi di aria pulita ogni ora (oggi sono 3.500) per consentire più ingressi al giorno (oggi sono 1.320). Il Cenacolo richiamerebbe un milione di visitatori all'anno, ma ne può accogliere 400 mila. Primi a visitarlo furono i francesi, tra questi re Luigi XII, che voleva portarsi l'«affresco» a Blois, strappandolo. Non riuscendoci, ordinò a Charles d'Amboise, governatore della città, di farne realizzare delle copie: le dipinsero Giampietrino e Marco D'Oggiono. A inizio Ottocento il viceré d'Italia, Eugenio de Beauharnais, fece realizzare una copia a mosaico da Giacomo Raffaelli per donarla al Musée Napoleon, ovvero il Louvre, dove l'imperatore aveva già portato i codici di Leonardo, anche l'Atlantico, restituito grazie alla mediazione di Canova. I soldati francesi avevano intanto trasformato il refettorio in stalla, ma anche a Napoleone, che amava il Cenacolo, venne la fissa di sottrarlo. Paolo Bargigli, architetto giacobino, propose di strappare l'affresco e trasferirlo nel polo di Brera voluto da Napoleone. Andrea Appiani lo bloccò. L'altra storia del Cenacolo è il suo essere icona. Le Cene di Giotto, Signorelli o Duccio di Buoninsegna erano ieratiche, devozionali. Dopo Leonardo raramente ricomparvero soluzioni adottate in precedenza, come Cristo sul lato opposto ai Dodici o gli apostoli seduti a terra. La fissazione di un canone rese imprescindibili Cristo al centro, Giovanni, «il discepolo più amato», effeminato e con il capo reclino; Giuda sempre con la bisaccia dei soldi e Pietro con il coltello in mano Sono così le copie del Giampietrino e di Cesare da Sesto e tendono così a fissarsi con varianti in Giorgione, Tiziano, Lotto, Bassano, Romanino, Caravaggio, Rembrandt, Van Dyck... Solo lo «scapestrato» Tintoretto, nel 1592-94, dipinse una Cena in diagonale ambientata in una taverna veneziana, con in primo piano i servitori: ma pure in questa si rispetta il canone leonardesco dei raggruppamenti a tre degli apostoli. Bassano dipinge un' Ultima Cena (1542) dove Giovanni è un fanciullino addormentato; Tiziano, nel 1542-44, ne ambienta una in verticale tra monumenti dell'antichità egizia e romana, mentre Tiepolo, nel 1745-50, riprende da Poussin il tema dello sfondo. Poi arrivano i «moderni». Renato Guttuso e Aligi Sassu realizzano due Ultime cene attualizzando gli apostoli: il primo li connota come «rivolu zionari» e il secondo come «bancari». Ironico Salvador Dalì con la sua Cena del 1955 anticipa Andy Warhol (la sua opera è in mostra alla Cripta del Santo Sepolcro a Milano nella mostra The Genius Experience , fino al 30 giugno) che diventa, a sua volta, icona. Inizia la desacralizzazione: nel 1972 un collage di Mary Beth Edelson, Some Living American Women Artists, raffigura 80 donne con al posto di Gesù la pittrice Georgia O'Keeffe. L'artista Renée Cox si pone nuda al posto di Gesù nel Cenacolo; donne al posto degli apostoli sono presenti nella Cena di Andreas Sachsenmaier; David Lachapelle realizza una commovente Ultima Cena hippy-gay; simile a questa sono quelle di Bettina Rheims e Serge Bramley. Vanessa Beecroft il 16 marzo 2009 realizza al Pac di Milano una performance nella quale i migranti-apostoli sono seduti a una tavola di 12 metri vestiti con smoking fuori misura.
Corriere della Sera
3 Maggio 2019
✓ Entità verificate
Sfida al restauro e icona senza tempo. Ultima cena, il canone di Leonardo
PI
Pierluigi Panza
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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