Sarà l'aria che tira. Ma bisogna dare atto al Commissario del Ravello Festival Mauro Felicori di avere un naturale talento nel porsi in sintonia con lo «spirito dei tempi». Nel 2015, l'ex ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini vara una riforma piuttosto «spregiudicata», attenta soprattutto alla valorizzazione e al marketing e poco sensibile ai valori della tutela e della conservazione? E più realista del re l'ex funzionario del Comune di Bologna decide di trasformare la Reggia di Caserta in una sorta di parco a tema. Ora il clima politico è cambiato. Nella stagione del governo gialloverde, sempre più spesso si ripetono frasi minacciose, conservatrici e reazionarie come: «Prima l'Italia e gli italiani». E Felicori che fa? Con raro tempismo, sceglie di modificare radicalmente l'identità del festival da lui guidato in un momento strapaesano, rinnegando i sessantasei anni di storia del festival stesso. Addio aperture internazionali. Addio presenze di rilievo mondiale. Infine, addio a programmi ambiziosi e competitivi, improntati all'interdisciplinarietà e alla contaminazione tra i linguaggi (arte, teatro, musica, danza, letteratura). Benvenuti in un evento che parole del suo ideatore aspira a farsi «palcoscenico d'Italia». Uno slogan, questo, forse efficace dal punto di vista mediatico. Che, tuttavia, non riesce a coprire un vuoto di contenuti, di idee. Le ragioni di questo ripiegamento localistico? Certamente, non la riduzione del budget: rispetto alle precedenti edizioni, le risorse allocate dalla Regione Campania sono le stesse. Dunque? Il «cartellone» annunciato ieri che propone addirittura la performance del Gruppo Ocarinistico Budriese (!) rivela la fedeltà a se stesso di chi lo ha elaborato, il quale, negli anni alla guida della Reggia di Caserta, si è contraddistinto per un efficientismo misto a un certo populismo demagogico, spalancando le porte di quell'architettura sontuosa a presenze come le «eccellenze campane» (dalla mozzarella al limoncello) e trasformando il sito vanvitelliano in un set per feste neo-cafone e in un brand commerciale. Insomma, la Reggia come un qualsiasi mall di provincia. In polemica con le presunte élite culturali, ree di non cogliere la qualità di questa strategia. A tale deriva Tomaso Montanari ha dedicato un severo ritratto-j'accuse uscito mesi fa sul «Fatto Quotidiano». Coerente con la propria filosofia (?), Felicori, insomma, ha ripetuto a Ravello un modello culturale già adottato a Caserta. E, privo di specifiche competenze «artistiche», ha chiesto la (colpevole) collaborazione del Teatro San Carlo, per legittimare scelte di modesta qualità e di corto respiro. Ci chiediamo: perché ridurre Ravello a un evento «piccolo-piccolo», incapace di competere con realtà festivaliere come Spoleto? E ancora. Con quale autorità Felicori ha avocato a sé la responsabilità di curare e di gestire da solo il programma di Ravello-2019? Il suo ruolo non è quello di Commissario, con l'incarico di rivedere lo statuto, di seguire gli aspetti economico-organizzativi-gestionali e di avviare una seria attività di crowdfunding ? Non sarebbe stato più giusto e opportuno affidarsi a un direttore artistico o a uno staff di curatori (come in passato), per dar vita a un palinsesto in linea con il prestigio e con la vocazione del festival? Il punto, forse, è proprio questo. Non è Felicori ad aver sbagliato. L'errore è di chi ha scelto una personalità come la sua, inadeguata per ruoli simili. L'auspicio è che il presidente De Luca, in maniera decisa, possa intervenire presto. Con altre scelte. Con nomi diversi. Per fare in modo che Ravello-2020 non sia ingabbiata dentro la prigione di un'anacronistica italiantà. E torni a farsi finestra sul mondo.