Il nuovo piano. L'assessore comunale Stanchina: «Bisogna arginare le grandi catene». Anche la Provincia apre «Regolarizzare le attività» Anche il capoluogo trentino è al lavoro per applicare il cosiddetto «decreto Unesco», che prevede la decodifica di uno strumento in grado di regolarizzare la presenza delle attività commerciali nei centri storici, al fine di salvaguardare il loro patrimonio artistico e tutelare le botteghe e i negozi storici. «Ci stiamo lavorando» assicura l'assessore comunale Roberto Stanchina. Che ha già discusso con l'assessore provinciale Roberto Failoni. Trento. A fare da apripista è stata Firenze. Bologna ci sta lavorando e si attiverà entro l'estate. «Anche Trento, però, potrebbe essere fra le prime d'Italia». È l'assessore alle politiche economiche e agricole, tributi e turismo di Palazzo Thun Roberto Stanchina ad annunciare che anche il capoluogo è al lavoro per decodificare uno strumento in grado di regolarizzare la presenza delle attività commerciali nei centri storici, al fine di salvaguardare il loro patrimonio artistico e al contempo tutelare le botteghe e i negozi diventati un simbolo della città: «Potrebbe essere uno dei temi da portare a termine entro la fine della consiliatura» dichiara. C'è chi lo chiama «decreto Unesco», ma è noto anche come «decreto Scia 2»: il riferimento normativo è il medesimo, ovvero il disegno di legge entrato in vigore alla fine del 2016 in base al quale «il Comune, d'intesa con la Regione e sentita la Soprintendenza e le associazioni di categoria, può adottare deliberazioni volte a delimitare zone o aree aventi particolare valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico in cui è vietato l'esercizio di una o più attività individuate con riferimento al tipo o alla categoria merceologica, in quanto non compatibile con le esigenze di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale». Nella bozza del provvedimento bolognese, ad esempio, si parla di attività di commercio e artigianato alimentare, pubblici esercizi, compravendita di oro e money-transfer cui per tre anni non verrebbe concessa l'autorizzazione ad aprire. A Firenze si cercava di contenere il proliferare di kebab, paninerie e minimarket fra Santa Maria del Fiore e Palazzo Vecchio. «Al rientro da questo lungo ponte festivo sentiremo proprio il capoluogo toscano e chiederemo all'amministrazione felsinea di mandarci la bozza del suo regolamento per provare a seguirne il percorso fa sapere Stanchina la settimana scorsa abbiamo incontrato Roberto Failoni per parlare delle aperture domenicali e una delle nostre idee sarebbe ampliare il ragionamento alla tutela e alla valorizzazione dei centri storici: su questo l'assessore provinciale ha dimostrato una grande apertura. La nostra autonomia potrebbe essere un vantaggio per provare a stabilire un piano d'azione». La partita, dunque, non sarà solo amministrativa comunale, ma coinvolgerà anche la Provincia, «le categorie del settore, gli operatori dell'immobiliare e i locatori privati» chiosa Stanchina.Un'azione su più fronti, dunque, «da un lato per tutelare chi in centro storico c'è già e magari anche da più decenni, dalle aperture continue di franchising, la cui sovrabbondanza rischia di snaturare l'identità cittadina, dall'altro per valorizzare le opportunità che una collocazione centrale offre, garantendo affitti che non diventino troppo onerosi per fare impresa». L'esplosione dei pubblici esercizi a Bologna, infatti, ha causato una bolla speculativa: vista l'alta domanda i prezzi di locazione e vendita sono schizzati alle stelle e le botteghe storiche non sono più riuscite a sostenerli. Le liberalizzazioni introdotte dalla Legge Bersani se per certi versi hanno portato «grandi vantaggi, sugli orari hanno condotto ad aperture illimitate e hanno messo le amministrazioni nella condizione di non poter più governare i processi di insediamento illustra Stanchina questo per noi è diventato un grosso problema, perché ci sono intere vie della città dove si è venuto a creare un contesto di sovrappopolazione commerciale mono-prodotto: dobbiamo creare diversità e soprattutto limitare il crescere dell'alimentare fast, peraltro in controtendenza con l'idea di città di qualità, dove si possa mangiare con calma cibi di livello e a chilometro zero, che vogliamo proporre a livello turistico». L'assessore non perde tempo: «Credo si possa iniziare a ragionare da subito, in modo tale da arrivare entro la fine dell'anno a una proposta che possa entrare in qualche modo nella finanziaria provinciale e diventare un regolamento comunale che il consiglio voti nei primi mesi del prossimo anno».