Il Tribunale civile ha revocato il sequestro del patrimonio da quasi due miliardi di euro, chiesto e ottenuto lo scorso novembre da Carlo Torlonia contro i fratelli Giulio, Paola e Francesca, dopo la sua esclusione dal testamento. Secondo i giudici non sussiste il rischio che il patrimonio vada disperso. Cambio di scenario nella guerra tra gli eredi Torlonia. Il sequestro del patrimonio da quasi due miliardi di euro, chiesto e ottenuto lo scorso novembre dal primogenito Carlo contro i fratelli Giulio, Paola e Francesca, è stato ieri revocato dai giudici dell'ottava sezione del Tribunale civile perché non sussiste, a loro giudizio, il rischio che vada disperso. La faida si è aperta nel dicembre 2017 alla morte del principe Alessandro ed è sfociata anche in una denuncia in procura. Carlo, che il padre meditava di far dichiarare «indegno» (agli atti ci sono diverse lettere in cui il principe chiedeva al primogenito conto «dell'odio feroce che nutri verso la tua famiglia» e lo accusava di aver «calpestato il nostro onore») viene escluso dal testamento (salva la quota di legittima) a favore dei suoi tre fratelli. E come esecutore delle volontà viene indicato Alexander Poma Murialdo, figlio di Paola. Partono così i ricorsi del figlio escluso, che ottiene inizialmente ragione. I giudici dispongono il sequestro cautelativo del Palazzo Torlonia di via della Conciliazione, del complesso immobiliare denominato Villa Torlonia, già Villa Albani, di Villa Delizia Carolina, dei terreni e della sconfinata collezione di statue e marmi (valore di questi ultimi almeno 600 milioni). Secondo Carlo Torlonia, assistito dall'avvocatessa Adriana Boscagli, i beni sarebbero stati addirittura prossimi all'alienazione. Una circostanza oggi smentita dal nuovo pronunciamento dei giudici. Nelle loro motivazioni, il sequestro viene revocato sia per l'insussistenza di presunte violazioni di diritto che per il ventilato rischio di danni irreparabili al patrimonio. Sul primo punto, così scrive il collegio presieduto da Eugenio Curatolo, accogliendo la tesi sostenuta tra gli altri dall'avvocato Alessandro Turco, che assiste Giulio Torlonia (ricorrente assieme agli altri due fratelli) : «Allo stato, la dedotta lesione della quota di legittima non è suffragata da sufficienti elementi di prova, apparendo, al contrario, difficilmente ravvisabile». Anzi, aggiungono i giudici, «con il testamento sono state attribuite a Carlo Torlonia quote di beni in misura superiore alla quota di 16 spettante come legittima». E in ogni caso, se anche il sequestro venisse accolto, questi «non sembrerebbe poter comportare una "restituzione" di beni ovvero una reintegrazione in natura dei propri diritti, essendo ben più probabile un mero conguaglio in denaro». Quanto alla conservazione dei beni nella loro interezza e valore sono una garanzia sufficiente, secondo la corte, l'inventario completo di quelli materiali e il provvedimento di sospensione su ogni fusione societaria già adottato dal tribunale.