VENEZIA - I tecnici del ministero sono già al lavoro per preparare le simulazioni di prelievo. Con un occhio al modello francese e i necessari adattamenti a un mercato più fragile. Il ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione sfoggia ottimismo. Conta di convincere i colleghi di Governo a inserire nella Finanziaria 2006 le nuove tasse di scopo a favore del cinema. Sembra l'unico modo per ridare fiato a un settore ad alto valore simbolico e bassa redditività, avviato verso un faticoso confronto con le regole di mercato. La considerazione che il cinema italiano vale poco più del Bingo (si veda «II Sole-24 Ore» di ieri) non ha sorpreso, ma suscita riflessioni contrastanti sulle terrazze del Lido, popolate dagli addetti ai lavori tra una proiezione e l'altra della 62a mostra veneziana dell'arte cinematografica. C'è chi, provocatoriamente, suggerisce di includere anche i proventi del gioco d'azzardo nel fondo per lo spettacolo e ricorda che Las Vegas, negli Stati Uniti, muove più dollari di Hollywood. Per l'amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta, invece, queste stime hanno poco senso. «Mi sembra un esercizio un po' sterile sostiene è poco utile confrontarsi con altri settori o altri Paesi. È importante invece indirizzare le risorse verso film di qualità, in grado di competere sul mercato». Un obiettivo su cui concorda pienamente il ministro Buttiglione. «In passato commenta abbiamo avuto un sistema di sostegno pubblico poco selettivo e subito una visione elitaria di opposizione tra cultura e mercato. Dobbiamo riconoscere il ruolo di giudice al pubblico, che non ama un cinema tutto ripiegato su se stesso». E se non fosse abbastanza chiaro, il ministro aggiunge: «È ora di uscire dalla cultura della pallosità totale». Registi e produttori forse non apprezzeranno. Certamente sostengono, invece, gli sforzi di Buttiglione per difendere il Fondo unico dello spettacolo (Fus) dalla minaccia di nuovi, ulteriori tagli. E il suo tentativo di coinvolgere i partner comunitari per la costituzione di uno «spazio europeo del cinema», con una massa critica in grado di garantire un mercato a prodotti altrimenti destinati al ghetto dorato dei confini nazionali. «Il vero problema rileva l'amministratore delegato di RaiCi-nema, Giancarlo Leone è che i nostri film vivono solo sul mercato italiano, mentre l'unico spazio di crescita è all'estero». Da un lato, aggiunge Letta, dobbiamo incrementare le collaborazioni con partner stranieri, dall'altro rendere competitive le produzioni in Italia per attrarre investimenti. Abbiamo le migliori maestranze al mondo, sostiene l'amministratore delegato di Medusa, ma siamo penalizzati da costi troppo elevati e un eccesso di sindacalizzazione. Servono nuove fonti di finanziamento. Il box office è stabile: il cinema italiano vale circa 150 milioni di euro l'anno (il 23 degli incassi complessivi in sala). L'home video ha avuto un'impennata nelle ultime stagioni, anche grazie a canali distributivi alternativi come le edicole, ma scende inesorabilmente la quota derivante dallo sfruttamento televisivo. Complice il boom delle fiction, il numero di film trasmessi in prima serata è calato del 28,5, da 700 a non più di 500 l'anno. E solo una cinquantina di questi sono made in Italy. Bisogna quindi pensare a progetti appetibili anche per i mercati stranieri. A parte il Benigni da Oscar de "La vita è bella", forse l'ultimo film italiano con buoni risultati negli Usa è "Pane e tulipani". Quattro anni fa, con un incasso di 5 milioni di dollari.