«Ognuno perde un pezzo di sé» Il dolore e l'orgoglio: «Ce la faremo anche stavolta». Il suono delle campane delle altre chiese All'inizio c'è stato questo silenzio. Sul pont d'Austerlitz, sul pont D'Arcole, sul Petit pont prima che venisse sgomberato. Dovunque si poteva vedere la cattedrale in fiamme, c'era silenzio. La folla di parigini di rientro dal lavoro con il loro passo nervoso e i turisti diretti verso alberghi o bistrot per una volta sembravano una sola entità. I due diversi popoli che ogni giorno si incrociano sulla Senna dopo le 18 erano fermi sui principali ponti della città, uniti in uno sbalordimento che non ammetteva parole e limitava persino l'uso dei telefonini per le immagini. Tutto è stato chiaro fin da subito, in quelle colonne di fumo, che non ammettevano dubbi, e non solo perché si trattava di qualcosa mai avvenuto prima, in quasi dieci secoli di storia. «Spiacente» diceva un papà al suo bambino che piangeva per tornare a casa. «Ma non capita tutti i giorni che bruci la cattedrale di Notre Dame». Nella sua ferocia, si trattava purtroppo di una verità incontestabile. Accanto alla coppia padre-figlio c'era una donna che ha cominciato a piangere. «Devono fare qualcosa, devono fare qualcosa». Thìbaud, un impiegato che stava rincasando con un collega, racconta bene come lo stato d'animo dei parigini, di tutti, si sia cristallizzato intorno all'immagine delle fiamme. «Stavamo camminando in Rue des Carmes quando alzando la testa abbiamo visto il fumo. Abbiamo cominciato a scattare qualche foto. Ma poi sono arrivate le fiamme, e con loro il silenzio. Quando la guglia è caduta, c'è stato solo qualche mormorio di stupore, ma ormai avevamo capito tutti, come il resto del mondo in diretta, che rischiamo di perdere tutto. Ho 42 anni, e li ho vissuti con quel simbolo davanti agli occhi, vederlo andare giù così è pazzesco». Notre Dame non è solo un simbolo, della cristianità e della storia francese. Non è un monumento isolato, una semplice attrazione per turisti, la principale di Parigi, visitata ogni anno da 12 milioni di persone contro i 7 della Tour Eiffel. La cattedrale fa parte della città, fa parte del paesaggio. Il quotidiano le Parisien ne racconta le vicende come se fosse una cosa viva, chiamandola spesso «la vecchia malata». Per via dei suoi innumerevoli acciacchi, Gargoyle pericolanti, a settembre ne era anche caduta una e avevano dovuto transennare la via sottostante. Ma sempre con una accezione affettuosa, come fosse un caro parente malconcio. Molto più dell'Hotel de Ville poco distante, anch'esso imponente e impregnato di storia, molto più della Bastiglia da sempre imprigionata nel traffico, Notre Dame rappresenta un punto di ritrovo, la destinazione delle passeggiate domenicali e delle corse in tuta dopo il lavoro, l'attrazione da ammirare all'ora dell'aperitivo dai tavolini dei mille bistrot che la circondano. L'emozione «La nostra città non è pensabile senza di lei», spiega un anziano pittore dilettante «Non è pensabile Parigi senza di lei» dice un anziano ai turisti e ai giornalisti stranieri che gli stanno accanto. «Spero che non dobbiate mai vivere quel che ora stiamo provando noi». È un pittore dilettante, uno di quelli che dal giorno della pensione hanno preso il cavalletto e si sono piazzati sull'Ile de la Cité, la più grande e importante delle due isole fluviali di Parigi, a dipingere vedute che avevano al centro o sullo sfondo sempre lo stesso soggetto. Quando gli fanno notare le parole di Donald Trump che con i suoi suggerimenti via twitter si improvvisa pompiere, ha un moto di stizza. Là dentro, sibila, ci sono campane molto più vecchie degli Stati Uniti. «Parigi ha il cuore spezzato» dicono tutti. «Che tristezza enorme» rispondono da ogni parte del mondo. «Non riesco a non piangere». La parabola degli stati d'animo è la stessa, sui ponti intorno alla cattedrale e sui social che fanno rimbalzare immagini sempre più definitive del disastro. Le lacrime di chi è sul posto e quelle di chi assiste da lontano, attraverso uno schermo, sono sovrapponibili. E forse per una volta questa comunione di spirito non è effetto soltanto del flusso permanente di notizie nel quale navighiamo, ma di un cordoglio immediato che nasce da quelle fiamme senza possibilità di appello. Ancora una volta nella sua storia, nella sua vocazione, Parigi diventa il cuore del mondo. «Stasera ognuno perde un pezzo di sé» piange una donna sul pont d'Austerlitz. Oltre alla brace e alla cenere che si respirano, quelle tre ore di fiamme hanno portato nell'aria un senso di ineluttabilità. Il peggio potrebbe ancora accadere. La resilienza «Ci siamo già passati», dice una donna pensando a Charlie Hebdo e al Bataclan Eppure, con il passare delle ore, con il buio che scende, nel dolore collettivo si fa spazio un altro sentimento. «Ci siamo già passati» dice una donna che cede il suo posto sulla balaustra del ponte a chi le sta dietro, con l'aria di chi ritiene che ormai non c'è più nulla da vedere e da capire. «Ce la faremo anche questa volta». La maledizione che in questi ultimi anni incombe su Parigi deve aver accorciato i tempi di reazione dei suoi abitanti. Charlie Hebdo, il Bataclan, gli attentati sugli Champs Élysées. La perenne minaccia del terrorismo ha reso più rapido il passaggio dallo sgomento a quella particolare forma di orgoglio locale, che talvolta può sembrare arroganza, ma deriva dalla consapevolezza del posto che la capitale dei lumi ricopre nella storia dell'umanità. «Fluctuat nec mergitur». È colpita dalle onde ma non affonda. Nei giorni dopo la strage del 13 novembre 2015 il motto inscritto nello stemma municipale divenne un manifesto di resilienza. Anche questa volta sarà così. Le campane di quasi tutte le chiese suonano in segno di solidarietà. «Un pezzo delle nostra anima che si sgretola». Notre Dame è una pena di tutti. Almeno per questa sera «siamo tutti francesi». Intanto la gente torna a casa affranta, ma sapendo già quale sarà il seguito di questa nuova disgrazia. «On le refait». La rifaremo, andremo avanti. Come è sempre stato, come è nel destino di Parigi.
Corriere della Sera
16 Aprile 2019
Notre Dame. I parigini e i turisti in lacrime
MA
Marco Imarisio
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
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