Bello leggere ieri sul Corriere Torino l'intervento di Antonella Parigi, assessore alla Cultura della Regione (in scadenza). Bello perché a parte la (legittima) polemica politica verso le scelte del Comune di Torino Antonella Parigi propone un discorso da operatrice culturale a tutto campo, il mestiere che faceva prima di prendersi l'onere dell'assessorato. Alla Parigi dobbiamo l'invenzione del Circolo dei Lettori, per dirne una. Il suo intervento è la lucida e malinconica radiografia di una situazione di stallo conclamato, se non proprio di declino. Ma la mia opinione personale è che anche i suoi ragionamenti sono in parte vittime di un equivoco in cui da anni cade la politica torinese. Parigi ha ragione quando dice «la parola cultura è scomparsa dal dibattito cittadino». Ma non mette in discussione l'assioma per cui cultura e turismo debbano viaggiare insieme. Anzi, imputa al Comune l'aver separato le due deleghe, creando una situazione in cui, da città che attraeva i turisti per la cultura, siamo passati a essere una città che attrae visitatori per l'enogastronomia (e per Cristiano Ronaldo ma qui la politica non c'entra). Ora, il mio mestiere è produrre cultura: e sono felice che 15 anni fa un film come Dopo mezzanotte, premiato e venduto in tutto il mondo, abbia contribuito a far conoscere Torino e ad attirare visitatori al Museo del Cinema. Ma si tratta di due fatti completamente slegati l'uno dall'altro. Il teorema in auge da più di un decennio secondo cui la cultura andrebbe finanziata perché porta turisti è probabilmente vero nei fatti, ma assurdo nella sostanza. La cultura andrebbe finanziata semplicemente perché è cultura, anche quando è in perdita, perché è un investimento sul futuro dei cittadini. Perché senza cultura la vita peggiora: e dio sa quanto tutto questo è drammaticamente vero oggi. La cultura e la bellezza sono valori in sé, ma da decenni si ha paura di dirlo apertamente. Anzi, è diventato quasi una vergogna difenderle a meno che «servano» a qualcosa. Tipo attirare turisti. Ma, onestamente, chissenefrega della ragione per cui i turisti vengono qui. Son fatti loro, basta che spendano sul territorio. E da quel punto di vista cioccolatai e trifolai (sia detto col massimo rispetto) sono meglio dei poeti e degli artisti. Che è appunto il nodo su cui si sta aggrovigliando la questione, come se il valore della cultura dipendesse da quanto è «attrattiva». Il che mi porta al secondo punto cruciale della faccenda. È vero che a Torino, rispetto a una dozzina di anni fa, manca «energia», come scrive Parigi. Ma il fatto è che la scena artistica e sociale di allora funzionava proprio perché era spontanea in maniera molto superiore a oggi. Non credo che i Subsonica scrissero Il cielo su Torino perché pensavano di portare i torpedoni sotto la Mole, ma perché si sentivano parte di una comunità in movimento, che esprimevano con la loro musica. E così hanno fatto tutti gli artisti che in qualche modo hanno contribuito a creare quell'«immaginario torinese» che si è diffuso in Italia e nel mondo. Sia chiaro: nulla di questo sarebbe successo se non ci fosse stata, a metà dei Novanta, una generazione di politici con una visione. Anzi, la funzione della politica è proprio quella di fornire un'opportunità ai creativi perché si inventino delle cose. Ma quando la politica comincia a «usarli», legando cultura e turismo, per esempio, ottieni la crisi di oggi: che non è nei numeri, ma nella qualità. Sta nella differenza tra i Murazzi di una volta e la movida di San Salvario e Vanchiglia; o nella domanda posta proprio su queste pagine sul perché Torino, «la città del cinema», è scomparsa dall'immaginario globale sugli schermi. Potremo anche riempire il Lingotto col prossimo Salone del Libro (dio e Lagioia ce lo conservino), ma questa era la città degli editori e degli scrittori. E non dico di guardare indietro al tempo di Einaudi, Levi e Calvino: ma anche solo a cosa significò un libro come Tutti giù per terra. Qui succedeva qualcosa e c'era gente che lo raccontava, lo rappresentava e lo cantava. Quella era la benzina che faceva girare il motore, in uno scambio fertile tra città e creativi. Non che oggi non ci siano in giro talenti, anzi: ma non c'è più un sistema identitario che li leghi alla città. E in questo Parigi ha cento volte ragione. E pure sul fatto che il talento devono avercelo non solo gli artisti, ma anche i funzionari pubblici che li supportano. Cultura è in primo luogo ciò che si crea; solo dopo viene la conta dei biglietti ai musei.