Corazzari: la nuova legge traccerà le strategie. Caner: l'attrattività rurale va alimentata VERONA. «Abbiamo oltre 3.900 Ville venete più le 400 in Friuli-Venezia Giulia. Fra Verona, Vicenza e Treviso sono ben 110 quelle legate alla produzione del vino. E quando censiremo il territorio di Padova, Venezia e Rovigo quel numero potrebbe salire anche a 180, se non 200. Sono luoghi bellissimi e, parlando di enoturismo, dal potenziale enorme ma ancora inespresso». Chi ne parla è Franco Sensini, direttore dell'Istituto regionale ville venete. L'idea: il Veneto non sta ancora sfruttando a pieno quelle bellezze e il loro lato enologico, il mix insomma tra «modello di sviluppo architettonico» e «turismo culturale». «Dall'Amarone al Pinot Nero, dal Merlot al Prosecco, le etichette legate a Ville Venete sono molteplici», ricordava Sensini a Vinitaly , ospite dello stand della Regione. La suggestione del potenziamento è forte. Un po' perché «le Ville venete non hanno mura, sono votate all'apertura e 1 euro al loro proprietario ne produce fra i 3 e gli 8 per il territorio», parola di Alberto Passi, presidente dell'Associazione per le Ville venete. Un po' perché «oggi non c'è cosa che funzioni di più del turismo enogastronomico», riflessione del professor Danilo Gasparini, docente di Storia dell'agricoltura e dell'alimentazione all'università di Padova. E un po' perché, come rimarca l'assessore regionale al Turismo, Federico Caner, «i dati del turismo in Veneto sono in crescita proprio grazie alla sua versione slow e rurale, che va alimentata, anche perché c'è fin troppa concentrazione sui centri città, vedi i casi di Venezia e Verona». Le Ville venete e il gancio del vino come via per potenziare il turismo, facendo sì che «i proprietari possano aprire un nuovo percorso di fruibilità e i giovani, magari, trovino un nuovo mondo in cui proporsi come professionisti», dice Sensini. Certo, ammorbidire la pressione di afflusso sulle città è pensiero arduo da mettere in pratica, ma rappresenta comunque un orizzonte. Per Sensini, serve «un portale internet specifico in cui aggiungere elementi sulle Ville Venete e la loro attività agricola e vinicola». Per Passi, «dovrebbero esserci cartelli ad hoc in autostrada come succede in Toscana». Per Caner, «l'immagine delle Ville venete e il vino, potrebbe aiutare a far tornare i giovani all'agricoltura, magari aprendo nelle ville stesse delle fattorie didattiche». Di sicuro, come sottolinea l'assessore regionale alla cultura, Cristiano Corazzari, «la nuova legge regionale dovrà tracciare la strategia futura sulle ville: informazioni e promozione sono al centro dell'agenda». Intanto, sempre allo stand della Regione, l'altro focus di ieri era indirizzato alla tutela e valorizzazione dei vigneti autoctoni e delle loro varietà antiche. Ne esistono (almeno) una cinquantina: «Di alcune si parla già in documenti del 1600, ma in realtà sono tutte molto più antiche. Sono varietà dimenticate, un piccolo patrimonio sommerso. Furono abbandonate soprattutto per motivi tecnologici. Ma conservano una loro attualità. E l'obiettivo è promuovere quelle dotate dei requisiti per essere iscritte al Registro nazionale delle varietà di vite, cioè il passaggio che permette in seguito di coltivarle», così dicono Massimo Gardiman, ricercatore del Crea-Vit (Centro di ricerca per la viticoltura) e Stefano Soligo, responsabile del Centro di vinificazione di Veneto Agricoltura, pensando a quella sorta di «archivio» su cui si concentra la cura di tecnici e ricercatori veneti. Il luogo, in entrambi i casi, è Conegliano Veneto dove queste varietà sono studiate e protette, dalla Mattarella, recuperata nel Polesine, alla trevigiana Rugosa bianca. «Spesso racconta Gardiman sono gli agricoltori a segnalarci queste varietà. Noi andiamo sul posto, le identifichiamo tramite dna, portiamo 510 piante nel nostro vigneto, lì iniziamo gli studi morfologici e chimici e se ne esce un buon vino passiamo alle degustazioni».