«Johann Wolfgang von Goethe diceva che stare fermi significa andare indietro». Ernesto Ferrero, scrittore, critico letterario e storico direttore del Salone del Libro, rispolvera le parole dell'illustre tedesco per commentare la situazione di stallo della cultura torinese. Ferrero, i numeri per il momento non fotografano un declino, ma dicono senza ombra di dubbio che la cultura in città ha smesso di crescere. In tempi di crisi come questi, dovremmo accontentarci? «Chi si accontenta è perduto. Da anni abbiamo imboccato la china di un declino malinconico, rassegnato. Una città come Torino, che è sempre stata una capofila, che ha inventato e innovato come nessun altra, adesso sta scivolando senza un sussulto verso la serie B. Nessun progetto, nessuna visione. Il confronto con Milano è mortificante». E a fronte di questa situazione è già partito l'immancabile gioco dello scaricabarile. In mezzo al rimpallo di responsabilità, tipico da campagna elettorale, contro chi si sentirebbe di puntare il dito? Quali sono state le colpe della politica? «Chi ha avuto responsabilità gestionali e amministrative, a ogni livello, ha tirato a campare alla giornata, in un mood neo-gozzaniano, neo-crepuscolare. È qui che il deficit culturale è diventato deficit civile e politico. Di cultura non se ne produce e non se ne consuma mai abbastanza, perché è l'equivalente dell'ossigeno per il sangue. Serve a pensare in grande, partendo dalla consapevolezza che ti dà la conoscenza storica. Oggi invece ci siamo appiattiti su un presente senza storia e senza futuro. È, banalmente, una questione di uomini». In che senso? «A persone modeste corrispondono gestioni inadeguate». Si riferisce a chi governa e ha governato la nostra città e il Piemonte negli ultimi anni? «È un problema non solo locale, ma nazionale, e anzi globale. E poi mettiamoci anche un po' del masochismo piemontese, per cui, ad esempio, invece di essere fieri di quella straordinaria impresa che è stata il Salone del Libro ci si crogiola nella falsa narrazione autolesionistica che ne ha fatto un covo di malaffare. Dove invece, lo ripeto ancora una volta, le vere responsabilità sono delle istituzioni». Ormai sempre più spesso si giudica un evento culturale soprattutto sulla base delle sue ricadute turistiche. Non sembra certo essere un caso il fatto che a Torino il turismo rientri tra le deleghe dell'assessore al Commercio e non di quello alla Cultura. Cosa ne pensa? «Le ricadute turistiche sono importanti, ma non bastano. Nel conto va messa anche la crescita, la manutenzione dell'intera società e soprattutto la formazione dei giovani, che quando ricevono i giusti stimoli rispondono alla grande. Ma mi rendo conto che questo non interessa a chi guarda esclusivamente alle scadenze elettorali. Eppure a Torino c'è un pubblico straordinario, preparato e reattivo, che merita di essere servito meglio, a tutti i livelli». Quindi non è d'accordo con chi, come l'assessora regionale alla Cultura Antonella Parigi, dice che ormai si «vendono» bene solo i tartufi, il barolo e l'immagine di Cristiano Ronaldo? «La grande cultura "vende" benissimo, almeno quanto il cibo, il vino e lo sport, con cui può e deve convivere». Negli ultimi tempi, però, si è puntato tanto sull'enogastronomia, molto meno sulla costruzione di grandi eventi. Non ci sono più le grandi mostre, i concerti delle star come Madonna e gli U2 sono solo un ricordo. E pure manifestazioni come il Salone del Libro non se la passano bene. Quanto pesa la mancanza di strutture adatte ad ospitare questo tipo di eventi? «Gli spazi si trovano. Quello che manca sono i creativi. Una nuova classe dirigente degna di questo nome».