De Chirico in cucina, Juvarra nell'ingresso e Pontormo in salotto A New York la Frick Collection, paradigma e vertice assoluto della casa-museo internazionale, vanta un Renoir nel sottoscala. A Rivoli, tra un mese, la Collezione Cerruti sfoggerà lungo la prima rampa delle sue scale opere a firma di Klee, Manzoni, Arp e Modigliani, seguiti nel secondo tratto da Bacon, Severini, Boccioni, Casorati e Léger. Questi e altri capolavori saranno visibili a partire dal 4 maggio, quando sarà inaugurata la villa sulla collina di Rivoli, a meno di due minuti in auto dal Castello di Rivoli (a cui in futuro sarà collegata da una navetta) e con strepitosa vista panoramica su Torino e le montagne. Le visite, su prenotazione (apertura da giovedì a domenica, dalle 10 alle 18), saranno gestite dal Castello di Rivoli grazie a una convenzione del 2017 con la Fondazione Francesco Federico Cerruti per l'Arte, proprietaria dei beni e committente dei lavori di adeguamento ora in corso. «Con questo accordo», spiega la direttrice del Castello di Rivoli Carolyn Christov-Bakargiev, guida d'eccezione di una visita in anteprima al cantiere, insieme agli architetti, «intende creare un modello nuovo di museo in cui l'arte del passato è osservata da prospettive contemporanee». Nella villa, inaugurata nel 1967, Francesco Federico Cerruti dormì una sola notte. Per il resto, narra una biografia scarna di dettagli filtrati dall'estremo riserbo suo e della famiglia, Cerruti apriva la casa la domenica, per sé, e in occasione di due pranzi annuali riservati ai pochi fidati amici di una lunga vita, conclusa nel 2015 a 93 anni. Cerruti dormiva abitualmente nella sua azienda, la Lit (che per decenni rilegò le guide telefoniche di tutt'Italia), fonte di una ricchezza destinata totalmente all'acquisto di opere d'arte. Tutte di qualità elevatissima: non soltanto dipinti (da Kandinskij, prima acquisizione del 1969, a Renoir, l'ultima nel 2014, da Pontormo a Magritte, fino a Bacon, Picasso, Braque, Burri, Warhol e Paolini), ma anche mobili, tappeti e libri antichi, come l'«Atlas Maior» di Joan Blaeu, il più impegnativo progetto editoriale del Seicento. A servizio di questa straordinaria collezione (finora mai vista nella sua completezza) e dell'accessibilità del pubblico, la villa è in corso di adeguamento su progetto di Con3studio e Studio Baietto Battiato Bianco. L'obiettivo, spiegano, è «adeguare un ambiente privato, di cui si vuole conservare il carattere domestico, alle necessità di uno spazio pubblico, privo di barriere architettoniche e con un nuovo ascensore, ricavato nel nuovo corpo rivestito di metallo Corten "dilatando" la torre esistente». Gli impianti tecnologici (compreso quello antincendio, sofisticatissimo) sono invisibili, «ricavati sottotraccia, con un lavoro di "cuci e scuci" tipico dei restauratori». L'originaria villa in stile provenzale fu riadattata internamente, in vesti settecentesche, negli anni 80 sotto la guida di Giulio Ometto, collaboratore di Pietro Accorsi da cui Cerruti acquistò i magnifici Piffetti e Bonzanigo e i due rari divani attribuiti a Filippo Juvarra sistemati nell'ingresso. Non è da qui, però, che il pubblico inizierà la visita. Dopo un percorso nel giardino, entrerà attraverso un nuovo luminoso ambiente affacciato sul prato, che accoglierà biglietteria, guardaroba e servizi. Il percorso correrà su quattro livelli, dall'interrato in cui saranno allestite le opere più recenti agli spazi domestici (e a tratti monumentali): dalla stanza da pranzo con la boiserie settecentesca e gli otto de Chirico metafisici, alla stanza delle rose in cui Cerruti si riposava leggendo i giornali del sabato (qui sono il grande Piffetti e quattro Morandi alle pareti), fino alla «stanza della morte», con la tavola di Gentile da Fabriano. È la tappa culminante di un percorso tutto interno alla grande torre, dentro la quale si sovrappongono la cantina dei vini preziosi e la sala della musica in cui torneranno, sul pianoforte a cosa, le sculture di Giacometti, Medardo Rosso, Manzù e, sulle pareti, due grandiose tele di Pompeo Batoni per cui Cerruti ricevette anche le offerte del Getty («Ma se non li avessi più, che cosa me ne farei dei soldi?», pare abbia commentato). In tutta la «villa scrigno» e in particolare negli spazi verdi, spiega Carolyn Christov-Bakargiev, emerge una sorta di «volontà cosmologica di Cerruti, di campionatura della natura e delle sue molteplici tipologie e possibilità»: dall'«hortus conclusus» al giardino formale, passando per i sentieri che guidano al cimitero dei cani. Saranno finalmente visibili i molti mondi di cui Cerruti ha amato circondarsi, senza mai viverli pienamente. Aveva una cucina provenzale, mai utilizzata; collezionava vini, ma era astemio; nel giardino aveva un orto, un pollaio e una vasca per l'itticoltura, mai entrati in funzione. Il centro dei suoi interessi e della sua vita, quasi ascetica, è sempre stata l'arte, e solo l'arte. Ai massimi livelli.