Via Kramer, il Consiglio di Stato chiude definitivamente il contenzioso con i Beni culturali In un giorno di maggio dell'anno 2000 le suore del Monastero di San Benedetto delle monache benedettine adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento vendettero una parte notevole del loro edificio religioso, tra le vie Bellotti e Kramer, zona Monforte. Un paio di milioni di euro, secondo le indiscrezioni dell'epoca. Negli anni seguenti (2005) quel pezzo di monastero, bombardato durante la guerra e ricostruito nel 1953, è passato a una società entrata poi nella galassia «Dolce Gabbana», che proprio nelle stesse strade, tra via Goldoni e viale Piave, hanno il loro quartier generale. Per tutto questo tempo però la porzione di monastero ceduto dalle monache è finito al centro di una battaglia legale tra la società e il ministero per i Beni culturali. Motivo del contendere, il vincolo su quell'edificio storico. Vincolo appena caduto (in realtà mai esistito) nell'argomentazione di una sentenza del Consiglio di Stato depositata di recente. Tutto ruota intorno a una questione di tempi: il monastero risale al 1800, ma la parte venduta dalle monache è quella ricostruita nel 1953. La legge diceva all'epoca dell'acquisto che un immobile pubblico o ecclesiastico entrava automaticamente nella categoria di «bene culturale» dopo 50 anni (in seguito diventati 70). Quando le monache lo vendettero, dunque, era libero da vincolo. Il ministero e la Soprintendenza aprirono un'istruttoria di valutazione sull'immobile solo quando, nel 2005, la società «Immobilkramer» chiese i permessi al Comune per la trasformazione immobiliare. Ma a quel punto, dicono oggi i giudici ribaltando una decisione del Tar della Lombardia di fine 2014, quel pezzo di monastero non era più di proprietà delle monache, dunque non più bene ecclesiastico, e perciò non si poteva stabilire alcun vincolo su un immobile già legittimamente finito sotto proprietà privata. All'epoca «Immobilkramer» acquistò per quasi un milione di euro anche una consistente «volumetria edificabile». E da allora in quartiere si dibatte dell'espansione degli stilisti, finita al centro anche di una diatriba con l'ex giunta Pisapia per il piano di governo del territorio. La porzione di monastero venduta comprende infatti anche un ampio giardino che si trova proprio di fronte alla sede «DG» di via Goldoni.