Punta Perotti, dopo la sentenza della Corte di Appello così si cercherà di ottenere il maxi risarcimento BARI. Su Punta Perotti, dopo la decisione della Corte di Appello di quantificare il danno in favore dei Matarrese, Comune di Bari e Regione Puglia reagiscono con messaggi differenti nella forma, ma accomunati dalla preoccupazione per un caso che finirà nei libri di storia. Soprattutto per le tante distorsioni giocate sulla pelle dei cittadini e dei contribuenti (sia italiani che baresi). Antonio Decaro, primo cittadino in attesa di conferma nelle prossime elezioni amministrative, è cauto: «Prima di preoccuparci aspettiamo di conoscere le motivazioni. Appena conosceremo le motivazioni della perizia che è stata affidata alla Ctu, capiremo anche che cosa dichiarare, che cosa dire». In fondo Decaro si è sempre mosso per trovare un'intesa con le aziende coinvolte. Il primo passo fu tentare di sottoscrivere un accordo di programma per il riutilizzo dell'area in deroga (soluzione bocciata dopo il parere del Mibact sull'esistenza del vincolo paesaggistico), mentre è in atto un tentativo di accordo per la perequazione delle volumetrie (da trasferire in altre zone della città). Michele Emiliano, governatore autore della decisione politica di demolire gli edifici invoca «incomprensioni» giudiziarie: «La causa che è in corso davanti alla Corte di Appello avrebbe dovuto essere la prova che il giudizio davanti all'Alta Corte di Giustizia era inammissibile, perché si può ricorrere alla giustizia europea solo a condizione che tutti i mezzi nazionali siano esauriti. Questo è il primo caso della storia giudiziaria italiana nel quale il mezzo di tutela nazionale convive con la sentenza della corte di giustizia europea. Quindi, c'è da capire qual è il senso di questa perizia». Il governatore sa bene che la sentenza della Cedu (l'Italia è stata condannata al pagamento di 49 milioni) è stata innescata dai ricorrenti in seguito alla confisca dei suoli. Il motivo? Il provvedimento era stato disposto pur in presenza di una sentenza di assoluzione della Cassazione. In sostanza i costruttori non sono stati riconosciuti colpevoli per aver edificato su un'area che lo stesso Comune aveva definito lottizzabile (ha anche intascato oneri e tasse). A Strasburgo, in definitiva, si è «parlato» di un segmento delle rivendicazioni complessive. E il principio di esaurimento dei ricorsi interni dello Stato non può essere invocato perché si tratta di cause diverse e parti diverse (l'eccezione dell'Italia fu respinta dalla stessa Cedu). Fatto sta che il dettaglio delle richieste di danni rischia di assestare una brutta botta alle casse comunali e regionali. La Sud Fondi ipotizza una cifra pari a 462 milioni. Ecco la suddivisione: 150 milioni a titolo di risarcimento del controvalore attuale dei suoli (all'epoca acquistati come edificabili); 134,5 milioni per i danni patrimoniali emergenti dovuti agli investimenti effettuati e ai debiti accumulati; 152 milioni per lucro cessante a causa della mancata realizzazione dell'intervento edilizio; 25,8 milioni per la «gravissima lesione all'immagine e alla reputazione».