Insieme L'idea di una proprietà intermedia tra pubblico e privato trova nuovo sostegno perché implica una collettività capace di gestire se stessa, una speranza nella crisi della democrazia rappresentativa. Il grande tema dei beni comuni guadagna spazio nel Paese. Raccoglie consensi, ma suscita aspre divisioni: perché? L'idea dei beni comuni piace perché implica una collettività capace di gestire se stessa, e perciò suscita speranza, a contrasto con la crisi della democrazia rappresentativa. Ma come definire i beni comuni e la loro funzione? Ugo Mattei e Alberto Lucarelli hanno rilanciato, proponendolo all'iniziativa popolare, il disegno di legge prodotto nel 2007 da una commissione presieduta da Stefano Rodotà; ma subito si sono levate voci critiche, in particolare di Paolo Maddalena e Stefano Fassina, a sua volta promotore di un disegno di legge contrapposto. Più vicina a quest'ultima è una terza posizione, espressa da comunità che gestiscono beni comuni (dall'Asilo Filangieri di Napoli a Mondeggi presso Firenze, a Casa Bettola di Reggio Emilia), secondo cui la proposta Mattei, "che era all'avanguardia dieci anni fa, oggi risulta insufficiente". Per orientarci in questo rompicapo, cominciamo col dire che se avessimo la fortuna di avere ancora tra noi Rodotà, egli sarebbe il primo a volere l'aperta discussione della proposta che firmò undici anni fa. La Relazione della sua stessa Commissione consente di fare un po' di storia. Tutto parte da quando Tremonti, ministro dell'Economia nel governo Berlusconi, varò la Patrimonio dello Stato SpA, un marchingegno (fallimentare) che rendeva vendibile ogni proprietà pubblica. In quel contesto, mentre Giuseppe Guarino proponeva la riduzione del debito pubblico mediante il massiccio trasferimento ai privati del patrimonio immobiliare dello Stato, Tremonti avviò (inizio 2002) lo studio di un Conto patrimoniale delle amministrazioni pubbliche, affidato a una ditta privata (Kpmg) e finalizzato alle dismissioni. Nel marzo 2003 Sabino Cassese, Antonio Gambaro, Ugo Mattei ed Edoardo Reviglio mandarono a Tremonti un Memorandum che proponeva una commissione di riforma del contesto giuridico dei beni pubblici. Prontamente approvato da Tremonti, quel progetto si fermò quando all'Economia lo sostituì Siniscalco (luglio 2005), ma venne ripreso dal governo Prodi, e il ministro della Giustizia Mastella costituì la Commissione Rodotà (luglio 2007). La sua Relazione (15.2.2008) considerava il regime di proprietà del Codice civile (1942) ormai obsoleto dopo i forti cambiamenti tecnologici ed economici e per il ruolo assunto da nuove forme di beni (immateriali, finanziari ecc.), ma senza menzionare la più importante novità intervenuta: la Costituzione, che collega la proprietà ai diritti di cittadinanza e alla funzione sociale (art. 42). Questo il contesto in cui nacque la legge di iniziativa popolare, riproposta oggi in una situazione assai mutata. Allora come ora, infatti, il ddl prevede una delega piena al governo per la modifica del Codice civile: ma il governo di oggi non è forse quello in cui una Lega straripante propugna una devoluzione regionale che sconfina nell'auspicata (da loro) secessione del Nord? Per non dire di un possibile governo a guida leghista, chiaro obiettivo di Salvini con la complicità di Berlusconi C. Che senso ha, in questo contesto inimmaginabile nel 2008, scrivere, come fa la proposta Mattei, che "titolari di beni comuni possono essere persone giuridiche pubbliche o privati" (comma 3 c)? Che senso ha, oggi, parlare di "gestione e valorizzazione di ogni tipo di bene pubblico" anche "da parte di un soggetto privato" (c. 2e)? Perché abolire il Demanio senza indicare chi ne prenda il posto per rappresentare "lo Stato" che pure è richiamato al c. 3c? Il riversamento dal demanio di Stato a quello di Regioni e comuni è sempre stato l'anticamera delle privatizzazioni: una totale sdemanializzazione non avrebbe effetti ancor peggiori? Una buona proposta di legge non dovrebbe contenere forti controveleni? Il tema è troppo importante per liquidarlo solo perché fra chi ne parla non c'è accordo. È necessario disaccoppiare il tema del beni comuni, centralissimo, dalle soluzioni proposte. Non irrigidirsi su questa o quella ipotesi, ma confrontare la diversità delle voci. Se vogliamo costruire una visione comune, è necessario partire dalla Costituzione, ma anche dalla convergenza di antiche e sopravviventi tipologie di beni comuni con nuove e promettenti forme di gestione. L'art. 42 Cost. riconosce due sole forme di proprietà, pubblica o privata, ma tace dei "beni comuni", eppure in Costituente se ne parlò. Si ricordarono allora gli usi civici gestiti da comunità di cittadini, ma si decise di non menzionare nella Carta questo "altro modo di possedere", assorbendolo invece nella categoria dei beni pubblici. Affermato il continuum fra beni pubblici e beni comuni, rimasero nella Costituzione alcune tracce delle proprietà collettive, come le "comunità di lavoratori e di utenti" dell'art. 43. Inoltre, ed è ancor più importante, la Carta nel suo insieme consacra la vocazione dei beni collettivi (pubblici eo comuni) a farsi strumento per l'esercizio dei diritti dei cittadini e della libertà democratica. Gli usi civici sopravvivono con enorme varietà locale, dai demani del Sud alle regole del Cadore. Ne restano oggi un milione di ettari (tre milioni nel 1947): proprietà collettive nate da forme spontanee di auto-organizzazione imperniata su uno spirito comunitario. Ma a questa mappa residuale, che andrebbe rilanciata e vitalizzata, si unisce ora, con visibile affinità di intenzione etico-politica, una trama di nuove realtà di autogestione, a cui appartengono l'Asilo di Napoli e molte altre realtà sparse in tutta Italia (come a Pisa il Teatro Rossi). Oggi dunque parliamo dell'universo dei beni comuni in una situazione doppiamente nuova: da un lato la deriva della politica verso la destra leghista, dall'altro la crescente consapevolezza della funzione civile delle proprietà collettive. La nozione di beni comuni dev'essere perciò rivista, nel quadro della Costituzione, partendo al tempo stesso da qualcosa di antico (gli usi civici) e da qualcosa di molto nuovo (le esperienze di autogestione di questi anni). Questa la lezione di un'affollatissima assemblea sul tema convocata qualche giorno fa a Venezia da Libertà e Giustizia (Riviera del Brenta) e da numerose associazioni cittadine. E che fosse a Venezia non è un caso: le irresponsabili minacce che pesano sulla Laguna e sulla città richiedono urgenti contromisure, un'acuta e consapevole attenzione al bene comune, alle proprietà collettive, ai diritti delle generazioni future. Per parlare oggi di beni comuni si deve ripartire "dal basso", dalla ricchezza e varietà delle esperienze locali di autogestione: quelle volute da noi, i cittadini.
Emergenza Cultura
29 Marzo 2019
I beni comuni spiegati a chi ne ha paura
SA
Salvatore Settis
Emergenza Cultura
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
📰 Articoli dello stesso autore
la Repubblica · 13 Giu 2002
La bella Italia che si mette in vendita
la Repubblica · 29 Giu 2002
Un pericoloso emendamento al decreto Tremonti. I beni? Il ministro li affitta
Il Giornale dell'Arte · 1 Dic 2002
Cara Melandri, se avete fatto venti, altri faranno cento
Il Tirreno · 17 Dic 2002
Settis: Quel governo talebano che adesso vende arte e cultura
Giornale di Sicilia · 13 Gen 2003
Ma la cultura non può essere ceduta ai privati
il Sole 24 Ore · 19 Gen 2003
Il bello dei Borboni
Corriere della Sera · 4 Feb 2003
L'Italia dei musei ha bisogno di regole - Anche per i privati
il Sole 24 Ore · 2 Feb 2003
I patti che salvarono il bello d'Italia
la Repubblica · 5 Mar 2003
Patrimonio culturale. La svendita di Tremonti
la Repubblica · 20 Giu 2003
2062003 - Il pasticciaccio dei nostri musei
🔗 Articoli correlati
(stesse entità · ±2 anni)
La Nuova Venezia · 8 Feb 2021
Mestre. Conto alla rovescia per il museo M9
L'Espresso · 8 Feb 2019
Miracolo a Reggio. Bronzi, la rivincita
Corriere della Sera · 10 Feb 2020
Melandri: Lascio subito la Camera per il Maxxi. C'è un clima di maccartismo bipartisan
Corriere della Sera · 3 Feb 2018
Firenze. Studenti-Guida, l'arte secondo loro
Corriere della Sera · 8 Feb 2021
I direttori italiani all'estero: Gli stranieri? È normale
Agenzia Giornalistica Italia · 30 Mar 2017
FIRENZE-A Firenze parte il G7 della cultura
ANSA · 29 Mar 2017
STRASBURGO-Emergenza beni culturali 'insanguinati' su tavolo G7 cultura
Askanews · 30 Mar 2017
ROMA-G7 cultura, Franceschini: ora nuovo impegno per caschi blu arte
www.meteoweb.eu · 30 Mar 2017
FIRENZE-Beni culturali, Cesaro: "Italia protagonista nella scienza"
www.gonews.it · 30 Mar 2017
FIRENZE-Codice dei Beni Culturali, Becattini: "Migliaia di restauratori resta in bilico"
la Repubblica · 31 Mar 2017
FIRENZE-A Firenze il primo G7 della cultura: l'accordo per difendere da calamità e terrorismo il patrimonio culturale
Emergenza Cultura · 30 Mar 2017
SESTO FIORENTINO-Museo Ginori: spazio ai cittadini come soci popolari
Eddyburg · 30 Mar 2017
Antiche biblioteche sotto sfratto
Il Giornale dell'Arte · 30 Mar 2017
MODENA-Furti, il Marocco non è obbligato a restituirci il Guercino rubato a Modena?
Il Giornale dell'Arte · 29 Mar 2017
FIRENZE-Esportazione di beni culturali, cinque Paesi a confronto
www.intoscana.it · 30 Mar 2017
MARCIALLA-Il sindaco di Barberino Val d'Elsa "Forse abbiamo un Michelangelo"
Corriere della Sera · 31 Mar 2017
Italia, una pioniera. Venezia diventi la terza città capitale dell'Europa
Corriere della Sera · 31 Mar 2017
G7: combattere la pirateria online e salvare i capolavori minacciati
Il Fatto Quotidiano · 31 Mar 2017
Roma, Raggi frena la Metro C: "La tratta fino al Colosseo? Ci sono anche i tram. Non dimenticare ritardi e costi lievitati"
la Repubblica · 30 Mar 2017
Centro del restauro quattro laboratori per candidare la caserma Redi