Nell'ultima lezione Andrea Emiliani, nel suo letto al Sant'Orsola, ha parlato della morte dell'illuminismo e del futuro della città. Una lezione di quelle che lui particolarmente amava, per pochissimi e affini interlocutori più giovani di lui, una sorta di riflessione bisbigliata per chi dopo di lui avesse potuto continuare, e far tesoro di quel che lui aveva compreso. L'ultima di quelle lezioni che per decenni, al mattino di buon'ora, aveva svolto passeggiando sotto i portici del suo quartier generale, che da via Zamboni andava fino alle torri e da via Belle Arti si spingeva fino all'incrocio con le Moline. Non si comprende quel che la nostra città ha perso con la morte di Emiliani senza muovere appunto dalla sua costante attitudine pedagogica, perché proprio in essa si manifestava l'adesione, anzi la coincidenza, tra la sua esistenza individuale e quel che per lui era l'essenza di Bologna. Per Emiliani tutta Bologna era un pervasivo dispositivo educativo, un manufatto in grado di convertire l'estetica in etica e viceversa, in maniera tale da assegnare senso a ogni atto o comportamento anche privato, per il giudizio dei quali era la stessa struttura urbana a enunciare i criteri, pubblici e trasparenti per chi volesse o sapesse intenderli. Ad animare insomma Andrea era ancora la grande eredità della visione politica di derivazione platonica, l'idealizzazione della polis classica. Un' eredità introiettata da adolescente nella sua diletta acropoli di Urbino. All'interno di uno di quei nuclei che, come tutte le sedi d'altura dell'Italia centrale, più di tutti ancora riflettono, nell'impianto e nelle forme, dunque nello spirito, il modello dell'antica città greca. Rocca in cui aveva appreso dall'esempio paterno la dedizione al bene pubblico e il superiore interesse per le sorti della collettività. Non a caso all'analisi iconologica di Amy Warburg, Emiliani preferiva, perché connessa al ruolo dei materiali e delle tecniche, la vita delle forme di Henri Focillon, per il quale una volta prodotte quest'ultime si autosignificano, esprimono cioè valori e funzioni che non dipendono più soltanto dall'intenzione del loro autore, ma vivono di vita propria e interagiscono in maniera autonoma con la realtà. Tutta l'attività di Emiliani si è spesa, a Bologna e per Bologna, all'interno dell'ambito dove tale interazione avviene, lungo quel privilegiato confine che è la rappresentazione artistica: nel duplice intento di illuminare con le vicende locali il discorso figurativo internazionale, e quelle con questo. Sempre nella consapevolezza della relazione della logica delle arti con il più generale contesto della vita civile e con le complessive ragioni, oltre che della politica, «dell'economia dell'esistere», come egli avrebbe detto, secondo insomma la concezione di una ricerca a parte intera che, di là dall'apparente carattere antiquario se non archeologico di alcuni motivi, si è sempre riferita al nodo del rapporto tra quel che è materiale e quel che è immateriale, tra quel che si vede e si tocca e quel che non può vedersi o toccarsi. Eppure spiega quel che c'è. Come dire il nucleo più interno ed elusivo di tutto quel che chiamiamo città, prodotto dalla dicotomia tra la tangibile urbs e l'intangibile civitas. E allo stesso tempo il «cuore di tenebra» del rapporto tra la Rete e il mondo. Dunque Andrea Emiliani come (propriamente parlando) il guardiano della soglia tra la civiltà e l'inciviltà, tra la coscienza urbana e la sua assenza. Tutto perciò fuorché il cultore delle memorie del passato, il semplice erede del canonico Malvasia nella difesa della pittura felsinea. Al contrario, lo strenuo difensore di una tradizione di complessiva, locale intelligenza programmaticamente aperta, in quanto tale, sul mondo, senza timore e con qualche speranza. Una speranza che, per onorare la memoria di Andrea, tocca a tutti i bolognesi oggi fare propria, nel transito dall'avanguardia del postmodernismo ai secoli non più soltanto internazionali ma globali che ci attendono.