Nel suo ufficio ormai disadorno, restava solo qualche foglio scarabocchiato sulla scrivania, aveva confessato rammarichi «Non siamo riusciti a salvare palazzo Avogadro» e ri-conquiste «La chiesa di Santa Maria della Carità: un restauro splendido». Era un uomo garbato, colto, caustico quando si parlava del Bigio (lo avrebbe voluto riesumare in piazza Vittoria), impeccabile nei suoi completi grigi: oltre alla sua famiglia, Andrea Alberti, soprintendente ai Beni architettonici e paesaggistici di Brescia, Mantova e Cremona dal 2009 al 2015, ha lasciato in lutto restauratori, architetti, funzionari, e chiunque lo avesse incontrato per discutere di affreschi e palazzi decadenti. È morto il 22 marzo per le complicazioni di un'influenza: avrebbe compiuto 62 il 27 aprile. La sua ultima intervista su queste pagine risale ai giorni dell'addio a Brescia: si stava per trasferire in laguna, a palazzo Soranzo Cappello, tra le pergole e le bocche volubili che avevano ispirato il Fuoco a d'Annunzio. «In un momento aveva detto , i cinque anni qui sono diventati un ricordo». Mantovano, professore all'Ateneo estense, Alberti era stato reclutato dal ministero ai Beni e alle attività culturali nel 1994: a Brescia era arrivato nel 2009. Con una premessa: il soprintendente il suo primo virgolettato ai cronisti è l'immagine dell'ente, ma il suo lavoro è dato dalla qualità dei professionisti che governa. Del suo ufficio e dei suoi funzionari, qualche anno dopo, avrebbe parlato come di persone validissime, con cui aveva felicemente condiviso idee, visioni, progetti. Al Corriere, aveva lasciato anche un consiglio per il suo successore, Giuseppe Stolfi: «Deve amare la città. La Soprintendenza migliore è quella di cui nessuno si accorge che esiste».