Biglietteria chiusa, porte sbarrate Il caso della «Leonardiana»: le rare visite sono organizzate dal curatore fallimentare Mercoledì prossimo la città di Vigevano presenterà a Milano (Fondazione Stelline) le proprie iniziative per i 500 anni dalla morte di Leonardo. Chi non è stato a Vigevano o non vi torna perde molto della grande storia del Ducato di Milano. L'aspetto curioso è che proprio in quest'anno leonardesco il bel museo dedicato a Leonardo da Vinci realizzato nel Castello di Vigevano nel 2016 celebrato in documentari di Alberto Angela e che ha fruttato un Compasso d'Oro ai suoi progettisti (Studio MiglioreServetto) è praticamente chiuso. Per qualche visita ci si deve rivolgere al curatore fallimentare; la biglietteria è sbaraccata, le porte serrate. È una storia molto italiana, dove la burocrazia uccide il bello causando un cortocircuito. Il gigantesco Castello sforzesco di Vigevano, dove lavorò Bramante e si fermò la corte del Moro, è proprietà del demanio in gestione al Comune. Comprende un museo archeologico, le stalle di Ludovico, l'ex deposito della Braidense, un museo della calzatura, la locale pinacoteca... e, realizzata nel 2016, in spazi recuperati dal Comune, «Leonardiana», una mostra permanente dove sono «clonati» parte dei codici e tutti i dipinti di Leonardo, più installazioni multimediali pedagogicamente utili. «Leonardiana» è stata realizzata dal Consorzio Ast entro un progetto più ampio dal costo complessivo di circa 2 milioni e mezzo («Leonardiana» ne è costata circa 800.000 euro) con fondi di provenienza diversa ma, principalmente, che dovevano venire da Fondazione Cariplo. Il Consorzio Ast (43 Comune, 43 Provincia il resto soggetti istituzionali) inaugura «Leonardiana» il 20 maggio 2016 e, una settimana dopo l'apertura, viene posto in liquidazione dal Comune, come da Legge Madia del febbraio 2016 sulla «razionalizzazione delle partecipate». Molti fornitori non sono ancora stati pagati, «ma le banche come ricorda Alessandro Mazzoli che allora gestiva il consorzio chiudono le linee di credito a un consorzio in liquidazione e Cariplo non versa il contributo se non dopo il ricevimento delle fatture pagate». Così tutto si ferma. «Per circa un anno abbiamo comunque gestito "Leonardiana" ricorda Filippo Zevi, già direttore Arte Giunti che aveva preso l'appalto della biglietteria e del merchandising , ma dopo un anno abbiamo esercitato il diritto di uscita. Il museo funzionava, ma era in liquidazione e si staccavano circa la metà dei 40 mila biglietti previsti». Il liquidatore nominato dal tribunale, Emilia Niboldi, fa quel che può per tenere aperta a singhiozzo «Leonardiana» evitando che i fornitori non pagati vadano a riprendersi ciascuno un pezzettino della loro fornitura. Ma «non vengono effettuati più i perfezionamenti, mai campagne di promozione da parte del Comune», ricorda amareggiata Mara Servetto, dello studio MiglioreServetto che ha realizzato la mostra permanente. E il Comune? Dopo aver messo in liquidazione Ast si promette di fare una Fondazione Castello, che però non parte. Più recentemente stanzia 270 mila euro che, secondo perizia del liquidatore, sarebbero sufficienti per ripianare i creditori di «Leonardiana» e tenerla aperta con gestione diretta comunale. Ma la Corte dei Conti ha emesso un parere che vieta alle pubbliche amministrazioni di «rifinanziare le società partecipate in liquidazione», consentendo ad esse solo di «accantonare» fondi. Ci sarebbe anche un italianissimo comma che parla di possibile «soccorso finanziario limitato a prestazioni di pubblico interesse». Inoltre i Cinque Stelle ritengono che con l'acquisto il Comune finirebbe con pagare due volte la stessa cosa. Mentre avviene tutto questo, la Procura della Repubblica di Pavia apre un fascicolo per verificare se non ci siano gli estremi per il fallimento di Ast. La sentenza, prevista il 27 febbraio, è stata rimandata. E il Comune non può acquistare sotto la spada di Damocle del fallimento, poiché rischierebbe di acquistare un bene che poi finisce, se lo stabilisce il curatore fallimentare, a ripianare i debiti. Quindi il museo rischierebbe la dispersione. E il problema è che proprio tutto questo cade nell'avvio dell'anno Leonardiano.