Rodeschini: a Londra stupiti dei pochi studi su di lui «Era una strana misura d'uomo. Ora un compito cavaliere, ora infimo. Ora gretto, ora affabilissimo. Ora sgarbatamente fiero come un baronetto inglese ora di cuore Non finiremmo più di descriverlo per i contrasti che in lui correvano», si legge nel necrologio dedicato a Guglielmo Lochis, pubblicato nel 1860 su «Notizie patrie». Benché persona di spicco nella vita pubblica della Bergamo austriaca, da podestà a membro della commissaria dell'Accademia Carrara dal 1834, «è ancora poco noto nel panorama del collezionismo italiano dice Maria Cristina Rodeschini, direttrice della pinacoteca cittadina . Ma grazie alla trascrizione integrale del suo epistolario, da cui hanno attinto diversi collezionisti e studiosi e che tra la fine dell'anno e i primi mesi del 2020 sarà consultabile online, ne verrà riscoperta la statura culturale. Gli stessi Giovanni Agosti e Nicholas Penny, direttore della National Gallery di Londra nell'introduzione dello studio di Giovanna Brambilla sulle opere disperse della collezione Lochis, tra i pochi collezionisti italiani della prima metà dell'Ottocento, si sono stupiti di come ancora nessuno abbia studiato come avesse formato e disposto la collezione nella sua villa alle Crocette di Mozzo». Agli storci dell'arte Brambilla e Paolo Plebani va il merito di aver trascritto l'epistolario integrale del conte Lochis, composto da tre volumi, due con 425 lettere inviate al conte da persone diverse, dal mercante d'arte al collezionista, per un totale di 1.200 fogli scritti, e un terzo con 358 missive di Alessandro Brisson, fiduciario di Lochis, nonché restauratore e mercante, tutti conservati alla Mai. L'epistolario fa parte di un fondo di maggiori entità, considerato «un unicum, composto da cataloghi della collezione, lettere con i personaggi più illustri della città, note sulla sua pinacoteca e di viaggio, che danno uno spaccato del conte quale uomo moderno per i suoi tempi. Collezionista aggressivo e aggiornato, orientava la propria raccolta di opere quale simbolo sociale del proprio successo politico», illustra Elisabetta Manca, direttrice della biblioteca civica, soddisfatta della collaborazione tra Carrara e Mai, da cui nasce il progetto di «tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, alla base della ricerca scientifica del museo», aggiunge l'Assessore alla Cultura Nadia Ghisalberti. Dall'epistolario emerge la figura del collezionista e il fermento del mercato dell'arte ottocentesco. «Lochis nasce nel 1789, con lo scoppio della Rivoluzione francese, acceleratore del collezionismo europeo: con il decadimento delle famiglie aristocratiche, maggiore era la disponibilità di opere sul mercato dell'arte racconta Brambilla, autrice nel 2007 di La raccolta dimezzata. Storia della dispersione della pinacoteca di Guglielmo Lochis, sua ricerca per la scuola di specializzazione -. Lui ebbe tutte le armi, denaro, potere e rispetto, per diventare un collezionista». Raccolse 550 opere, di cui 240 sono in Carrara, tra dipinti di Bellini, Mantegna, Raffaello, Lotto, Moroni e Canaletto. L'epistolario, ordinato per mittente e ora trascritto in ordine cronologico, «dà lo spaccato di un collezionista aggressivo e vorace nell'acquisto di quadri conclude Plebani, ammettendo la difficoltà nel decifrare le diverse calligrafie . Nelle lettere il conte parla quasi sempre di dipinti con i corrispondenti, per lo più artisti, mercanti, esponenti del mondo quadrario. L'epistolario, tra notizie sui cambi, le quote della seta, note di colore e pettegolezzi sul teatro d'opera, soprattutto nel carteggio con Brisson, la cui moglie era cantante lirica, dà lo spaccato di un epoca».