Il processo di autonomia differenziata intrapreso da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna con l'accordo preliminare siglato con il Governo nel febbraio 2018 dovrebbe condurre al riconoscimento, in capo a queste Regioni e a quelle che si aggregheranno, di una maggiore autonomia in molte materie, specificamente individuate. Quello che ci salta agli occhi è il trasferimento, in capo alle Regioni, delle competenze in merito alla tutela, alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali e alla promozione e l'organizzazione di attività culturali, cancellando di fatto lo spirito dell'art. 9 della nostra Costituzione. Come è stato giustamente sostenuto da Giovanni Belardelli sulle pagine del Corriere della Sera i finanziamenti attribuiti alle Regioni per le nuove competenze saranno sganciati in prospettiva dalla spesa storica e ridefiniti (come si legge nel testo delle pre-intese) sulla base dei fabbisogni standard «in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale», dunque con il rischio concreto di favorire le Regioni già più ricche (Corriere della Sera , 6 Marzo 2019). Con l'autonomia differenziata il processo di distribuzione delle risorse tenderà ad acuire ulteriormente il divario nord sud creando un meccanismo che favorirà i più ricchi a discapito dei più poveri. Questo meccanismo di redistribuzione al contrario lo abbiamo già visto in azione con l'introduzione dell'Art Bonus che di fatto ha spostato risorse dal Mezzogiorno al Nord. Di questi aspetti legati alle risorse che sarebbero destinate alle Regioni e sottratte alla fiscalità generale è primario interesse di tutti che si discuta con chiarezza: l'alone di mistero che circonda questo negoziato non depone certo a favore dell'iniziativa e fa sorgere molti dubbi. Ma entrando nel merito delle questioni che qui più interessa, siamo sicuri che un patrimonio culturale regionalizzato sia all'altezza della sfida che un paese come l'Italia deve affrontare per tutelare e valorizzare il suo immenso patrimonio storico ed artistico? Nel processo costituente il tema fu ampiamente affrontato. Ranuccio Bianchi Bandinelli, archeologo e Direttore generale delle Antichità e Belle Arti per il ministero della Pubblica Istruzione, a proposito del rischio di regionalizzazione delle competenze in materia di patrimonio culturale non ebbe esitazione a scrivere al Ministro dell'epoca: «La tutela monumentale verrebbe messa continuamente in pericolo da interessi locali e personali e che in fatto di restauro si ritornerebbe a quei criteri empirici e di fantasia il cui superamento è un merito della Amministrazione italiana delle Belle Arti riconosciuto anche all'estero (Appunto per il signor Ministro, 30 novembre 1946, Fondazione Gramsci)». Successivamente si è affermata l'idea di una tutela sovranazionale. Nella convenzione riguardante la protezione sul piano mondiale del patrimonio culturale e naturale di Parigi del 1972 che ha istituito il concetto di patrimonio dell'umanità si partiva dalla considerazione che la protezione del patrimonio culturale non potesse essere lasciato solo alle decisioni dei singoli stati, ma fosse interesse generale dell'umanità la tutela di questi beni unici e insostituibili indipendentemente dal popolo cui appartengono. L'Italia è il primo paese al mondo per numero di siti Unesco, dichiarati patrimonio dell'umanità, e questo ha consentito un importante processo di tutela e valorizzazione di questi siti. In ultimo, nella convenzione di Faro, che attende ancora di essere ratificata dall'Italia, si punta a promuovere il riconoscimento dell'eredità comune europea nell'ottica di una azione di tutela e di rivalutazione della comune eredità culturale europea. In contrasto rispetto a queste considerazioni l'Italia si accinge invece a regionalizzare le competenze in materia di beni culturali. Poniamoci dunque alcune domande: le Regioni dispongono delle competenze necessarie per curare nell'interesse generale dell'umanità la tutela, la conservazione e la valorizzazione di questo enorme patrimonio? Può essere più efficace governare il patrimonio culturale a partire dalle istituzioni sui cui insistono, a volte anche casualmente, oppure occorre una visione d'insieme che sfugge per sua natura ad un organismo territoriale? Il più grande accordo intergovernativo in campo culturale fra due nazioni, la Francia e gli Emirati Arabi Uniti, che ha portato alla nascita del Louvre di Abu Dhabi e al coinvolgimento di 14 istituzioni Museali francesi sarebbe possibile nell'era del patrimonio regionalizzato? La tutela dipenderà dunque non dalla importanza e dal valore dell'eredità storica ma dalle risorse di cui disporranno i territori su cui quella eredità insiste? Anche il patrimonio culturale sarebbe al centro delle negoziazioni politiche tra i vari gruppi e lobby che spesso si spartiscono il potere locale con effetti nefasti per le comunità? Se così fosse sarebbe un grande passo indietro, un tradimento del concetto stesso di cultura e di patrimonio universale e della nostra Costituzione.