La pelle rosso violacea, alla mari iera degli etruschi. Il mantello che gli copre le spalle ritroverà, fra pennellate di colore cangianti, il bruno della pelliccia del leone dalla quale fu ricavato. La cerva invece, accucciata ai suoi piedi, riacquisterà i suoi toni chiari, il vello morbido della preda ambita dall'uomo e dal dio. E' l'Eracle di Veio che ritrova il suo splendore. Grazie al restauro che il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia ha appena intrapreso con il finanziamento della Federazione Italiana Tabaccai. Un unico progetto per ricreare l'incanto di quel gruppo di statue in terracotta policroma che già dalla fine del VI secolo a.C. giganteggiavano dall'alto del Tempio di Veio a Portonaccio. Apollo ed Eracle, il dio e il semidio, che si contendevano la cerva sacra di Delfì, famosa per le corna d'oro, in alto, ad almeno dodici metri da terra. Statue giganti, tutte di grandezza di poco superiore al vero, incastrate sulla trave maggiore del tetto del tempio. Statue che il Veiente, lo straordinario artista che le aveva realizzate all'epoca di Tarquinio Prisco, aveva voluto in tutta la loro drammaticità, contorte su se stesse, plastiche e vigorose, con i muscoli modellati in bell' evidenza. Apollo, rinato lo scorso anno sempre con i fondi della Fit e in procinto di sbarcare in laguna come protagonista del film dedicato al suo restauro realizzato da Folco Quilici e presentato fuori programma al Festival del Cinema di Venezia, era molto sporco ma meglio conservato. Con Eracle, invece, sarà più dura. «Ritrovato in diversi momenti degli anni '40 - spiega la dottoressa Francesca Boitani direttrice del Museo Etrusco e responsabile del restauro - è giunto a noi, diversamente da Apollo, conservato solo parzialmente e fortemente rimaneggiato da una serie d'interventi ricostruttivi, realizzati negli anni '50, che avevano interessato il rifacimento delle gambe dell' eroe, completamente perdute. Quindi l'intervento non riguarderà soltanto la necessaria pulitura delle superfici, la cui policromia è stata inesorabilmente ricoperta da strati di polvere mista a cere e protettivi, ma sarà complicato anche dai necessario rifacimento delle parti mancanti con nuove integrazioni e dalla sostituzione del vecchio e malandato supporto interno, intorno al quale sono posizionati i frammenti superstiti, con uno nuovo realizzato in acciaio inox». Un lavoro di grosso impegno tecnico, dunque, per il quale sono stati invitati a collaborare il dottore Tuccio Sante Guido, per il restauro, il professor Maurizio Diana, per le indagini scientifiche, e i tecnici specializzati dell'Università La Sapienza di Roma e del dipartimento diagnostica dell'Enea. «Un lavoro che speriamo possa concludersi per la prossima primavera - spiega ancora la dottoressa Boitani che già pen-sa al prossimo impegno del Museo, il restauro del celeberrimo Sarcofago degli Sposi di Cerveteri, per il quale si sta ancora cercando uno sponsor in grado di sostenere i circa 200 mila euro di spese - anche se già siamo a buon punto per la realizzazione del supporto in acciaio, che abbiamo già utilizzato in altre occasioni. Mentre per l'integrazione ci affideremo ad un plasticatore in grado di realizzare le parti mancanti in una resina particolarmente malleabile e poco pesante». Ma non bisognerà aspettare la primavera per rivedere dal vivo i due nemici di terracotta. «Grandi vetrate permettono di affacciarsi nella sala dello Zodiaco dove si sta svolgendo il restauro - spiega la direttrice - e da lì sarà possibile osservare, giorno per giorno, la rinascita dell'Erede».