Chissà cosa direbbe Michelangelo Merisi se potesse intervenire nel dibattito sul trasferimento temporaneo delle sue «Sette opere di misericordia» dal Pio Monte al Museo di Capodimonte. Forse tacerebbe. O forse, pur di dire la sua, ne inventerebbe un'ottava e dipingerebbe in quale dei due siti? questa regola di civiltà: «discutere sempre con pacatezza per scambiarsi idee, non insulti»! L'interminabile querelle sul breve viaggio del capolavoro di Caravaggio rivela l'attenzione di chi si è pronunciato: a favore o contro. Ma rivela anche poca capacità a trattare il problema misurando modi, tempi e limiti del confronto. Bene fa il Corriere del Mezzogiorno come rilevato da Paolo Grassi a dare spazio alle diverse posizioni, ma lo stile degli interventi non sempre è coerente con quello del dibattito. Scontato che tutti, purché competenti, possano parteciparvi chierici e laici del settore; giovani e anziani (checché ne pensi Bonisoli parlando di Muti) colpisce però che si discuta smarrendone il senso delle proporzioni. La questione, per carità, è importante, ma non tanto da slittare dalle sette opere di misericordia ai sette vizi capitali. Dei quali tre traspaiono, almeno in piccola dose: «ira», «superbia» e «invidia». Questo capita, magari senza volerlo, se in una discussione abbastanza autoreferenziale s'intrecciano aspetti pratici, posizioni di principio, appartenenze e pregiudizi politici. I quali ultimi non mancano mai quando si parla di cultura in Italia, specie al Sud. Dove si sa, quanto a risorse, la cultura dipende totalmente dalla politica. E non è un bene! Per la verità il dilemma, se spostare o no il Caravaggio, riesce a scaldare gli animi fino a un certo punto, anche perché ormai risolto. Assai più preoccupa invece il conflitto interno al Ministero dei beni culturali: per la seconda volta in un breve arco di tempo Ministro e Sovrintendente si trovano in disaccordo. Prima le griglie al Plebiscito, poi il Caravaggio. Il disaccordo, tipico della proverbiale disarticolazione dell'apparato burocratico italiano, è un rischio per il nostro territorio, ricco di monumenti, palazzi storici vincolati, chiese, musei, biblioteche, beni archeologici ecc... Se ogni pietra da muovere facesse scoppiare un caso, quale speranza avremmo di tutelare e valorizzare il nostro patrimonio storico-artistico? Non sarebbe naturale che i responsabili delle istituzioni pubbliche preposte ai beni culturali dal Ministro ai Sovrintendenti; dagli assessori ai direttori dei musei e ai funzionari cominciassero a parlarsi di più e più di frequente tra loro? È francamente spiacevole assistere, dall'esterno, a litigi continui su problemi che in qualsiasi paese civile trovano soluzione grazie alla semplice consultazione interna all'amministrazione o se occorre anche esterna che deve venire prima e non dopo la decisione. Come pure è giusto che si sappia in precedenza chi è titolare della competenza effettiva ed esclusiva. A parte la pessima impressione di due uffici dello stesso ministero che non solo non si parlano, ma addirittura si contraddicono e figuriamoci che succede tra due ministeri diversi è intollerabile che il conflitto tra istituzioni culturali (pubbliche e private) diano luogo a dibattiti del genere, inutilmente lunghi e certamente stucchevoli. Essi, tra l'altro, ci distraggono dai problemi drammatici che affliggono la nostra città, la nostra regione e l'intero mezzogiorno. Meglio non osare nemmeno immaginare cosa succederebbe se, poniamo, i napoletani i quali, secondo il sindaco De Magistris, «sono il vero motore del rinascimento napoletano» decidessero di partecipare realmente ai problemi della città e cominciassero a discutere e a protestare per i suoi guai: dissesto del Comune e delle società partecipate; assenza dei trasporti pubblici; mancata manutenzione, disordine e sporcizia urbana; distruzione del verde pubblico; caos delle Universiadi ecc... (meglio lasciare aperta la lista). Purtroppo i napoletani il cui vizio capitale è l'accidia per ora hanno rinunziato ad accendere il motore. Difatti hanno la colpa del mancato rinascimento della città, ma hanno il pregio di non dare fastidio al sindaco. Il quale così, non avendo mezzi né voglia, non ha bisogno di «sopportare con pazienza le persone moleste». Che, non si dimentichi, è una delle sette opere di misericordia spirituale!