I turisti mangiano seduti sulle fioriere, la chincaglieria ha sostituito le antiche botteghe che vendevano tessuti pregiati e profumi. Dei negozi storici, ne resistono soltanto in tre Ha sempre avuto una vocazione allo «straniero» via della Croce. Nel '600 era prediletta dagli artisti fiamminghi, la sceglievano come luogo di soggiorno per i mesi di studio italiani (poi scoprirono via Margutta e la loro passione terminò). Nel '700 vi abitavano «i forestieri» che trascorrevano mesi a Roma, ma non potevano permettersi i cari alberghi di piazza di Spagna e delle vie limitrofe: così gli abitanti della strada mettevano a disposizione i loro modesti alloggi a prezzi accessibili. A quanto pare i primi BB sono nati proprio nella strada che collega il Corso a piazza di Spagna. Ora questa vocazione si è trasformata in avversione per la bellezza della zona, profondamente trasformata nella sua natura di via di collegamento ad aree più importanti della città. Già Papa Gregorio XIII lo aveva intuito, la fece selciare nel 1580, ma il suo tracciamento si deve far risalire al periodo fra il 1529 ed il 1543. Via della Croce era vista come asse di collegamento tra il Pincio e la chiesa della Trinità dei Monti. Da sempre occupata da artigiani e da piccoli negozi di servizio ai residenti. Oggi invece si offre cibo a ogni prezzo e per ogni palato, i «buttadentro» di ristoranti ed happy bar sono più numerosi degli stessi avventori, che passeggiano stralunati tra tante offerte diverse e pressanti. E non è un bel vedere. «Vuole fare l'aperitivo da noi? Un flûte di champagne e ostriche», chiede una bionda svettante dall'accento dell'Est. Le ostriche sono in vetrina e non avrebbero neanche un aspetto malvagio, ma il pesce adagiato accanto a loro è inquietante. Ha un occhio vitreo, secco, che denuncia una morte piuttosto lontana. «Una birra e una pizza fatta con farina dei nostri mulini?», invita un altro. «Un bel piatto di pasta ai pomodorini? La cuciniamo davanti a lei», dice un altro ancora. E i giapponesi che più di altri affollano la via addentano tranci di pizza, mordono un noto tiramisù che è stato un vanto di Roma, affondano le forchette nella barchetta di carta con ravioli al pesto, in piedi o seduti sulle fioriere all'angolo con strade celeberrime. Loro godono felici di questa sosta alimentare, dopo aver fatto acquisti nei negozi upper di via Condotti. Loro godono: ma via della Croce tutto questo non se lo meritava proprio. La chincaglieria e i colossei di plastica hanno sostituito negozi che vendevano tessuti pregiati e profumi. Ma anche il fornaio e la frutteria. Resiste l'antica pantofoleria Cardilli (da quasi un secolo vende scarpe per il relax fatte a mano), più per la passione della signora Carla che non ha voluto vedere il negozio di suo padre trasformato in una panineria. «Noi abbiamo realizzato ciabatte per i Savoia, per i Papi, per attori e registi - racconta Gino Balani, marito della titolare -. Siamo una specie di baluardo della strada. Ma è deprimente vedere come stia peggiorando. Ci sono attività che aprono, vengono chiuse per illegalità varie e riaprono dopo poco. I negozi storici sono quasi tutti scomparsi. Siamo rimasti in tre o quattro». Nell'affascinante locale, lasciato così com'era, c'è un angolo per scarpe «intoccabili», un sandalo verde in paglia realizzato per Audrey Hepburn quando viveva a Roma. «A mio cugino calzolaio lei non era simpatica, quindi dopo il film si è ripreso la calzatura», racconta Gino che della strada conosce ogni sospiro. «Flaiano mi diceva sempre che alla scrittura io non mi dovevo proprio avvicinare, ci parlavo quando andavo a mangiare da Cesaretto qui accanto». E così rievoca gli anni mitici della storica Fiaschetteria Beltramme amata da Moravia, Pasolini, Elsa Morante, Fellini e Laura Betti, dove furono pensati e in parte scritti «La dolce vita» e «8 e mezzo». La Fiaschetteria ha cambiato proprietari, ma non la sua anima, una lastra di pietra del 1980 ricorda la battaglia dei suo storici frequentatori (con in capo il pittore Mino Maccari) che fecero apporre un vincolo da parte del ministero dei Beni culturali e la salvarono da un futuro certo di jeanseria. Non si è salvato lo storico bancone dell'antica Birreria viennese che non esiste più: è rimasta l'insegna in ferro a memoria per chi ce l'ha, ma ora lì si consuma «happy beer» davanti a un bancone bianco ghiaccio. C'è sempre il ristorante Otello alla Concordia amato dal cinema italiano, che però questa strada non la frequenta più.