Per anni il termine «diffuso», coniato con i più nobili principi durante la giunta Pisapia e riferito agli eventi culturali in grado di coinvolgere centro e periferia, ha suscitato qualche sospetto. La Prima «diffusa»? Sì, va bene, il clou alla Scala e il resto in qualche teatro fuori mano. La festa «diffusa»? Però venite tutti in piazza Duomo. Il museo «diffuso»? Vezzo radical-chic. Non è stato facile: c'è voluto tempo per digerire questo participio passato-aggettivo e capire che davvero Milano stava vivendo una trasformazione storica. Le vittorie di Pirelli HangarBicocca e della Fondazione Prada ai Global Fine Art Awards 2018, martedì a New York, ne sono la dimostrazione: vince la qualità della proposta culturale, ovunque essa si trovi, che sia nella prima o nell'ultima cerchia, nell'area industriale o nel cuore di Brera, dietro uno scalo ferroviario o sotto la Madonnina. Gli americani lo hanno capito, i milanesi (e i turisti, sempre più attenti al cartellone culturale ambrosiano) pure, visto che la mostra su Lucio Fontana e quella sull'arte in epoca fascista sono state apprezzate non solo dalla critica, ma anche dal pubblico, che per vederle si è «spinto» oltre la Zona 1. No, non è la celebrazione della periferia, che continua ad avere tanti aspetti critici, come in ogni metropoli (paradosso: a tre chilometri dalla Fondazione Prada c'è Rogoredo con il suo bosco), ma il giusto riconoscimento a una città e alla sua nuova anima policentrica. Se proprio non vogliamo dire diffusa.