Dopo quattro mesi di appelli transennato solo il marciapiede Un nuovo segnale di come Napoli sia incorreggibilmente distratta e sbadata nell'accudire le testimonianze della sua storia. Stavolta, ad aver bisogno di soccorso urgentissimo, è l'arco di basalto che, accosto alla scogliera, si leva dal mare a poche decine di metri da Piazza Vittoria e dalla Colonna spezzata. È quanto resta di un antico approdo a cui attraccavano galee, trabaccoli e tartane. Un approdo che forse esisteva già in età vicereale, ma ovviamente era ubicato più all'interno, perché all'epoca la linea di costa si snodava lungo l'attuale percorso di via Chiatamone. Sicché, se quest'ipotesi non è infondata, l'arco superstite sarebbe stato demolito e ricostruito dove lo vediamo ora soltanto dopo la colmata ottocentesca. In ogni caso un rudere suggestivo che meriterebbe rispetto e attenzione. E che invece adesso, dato che la violenta mareggiata dell'autunno scorso ne ha spostato la base, potrebbe crollare da un momento all'altro: pensate, pesa varie tonnellate, ma poggia su una superficie di appena pochi decimetri quadrati. L'allarme è stato lanciato da Giuseppe Farace, consigliere del Museo del Mare di Bagnoli, l'istituzione che, sotto la direzione di Antonio Mussari, da anni si batte con pubblicazioni e convegni affinché la memoria della nostra grande tradizione marinara possa sopravvivere nella sua integrità, e a inizio novembre lo stato di rischio è stato confermato dai vigili del fuoco, ma, da parte sua, il Comune (che Dio lo perdoni) si è limitato a transennare un tratto di marciapiedi. Dopo di che di mesi ne sono passati ben quattro, ma, sebbene fin da gennaio il Museo del Mare abbia intrapreso, attraverso la stampa e i social, una fitta campagna di informazione per sensibilizzare e allertare cittadini e autorità, campagna che ha coinvolto i circoli nautici e le associazioni sportive e alla quale ha aderito anche la sezione napoletana di Italia Nostra (è proprio dietro sua segnalazione che nasce quest'articolo) nessun intervento di consolidamento è stato messo in atto. E allora, di fronte all'inerzia delle istituzioni e all'aggravarsi del pericolo, il Museo ha preso un'ulteriore iniziativa, creando un comitato per sollecitare lavori immediati e indicendo un incontro con la stampa (che si è svolto giovedì 7 marzo). Non avrebbe potuto far di più. In conclusione ci chiediamo: adesso cosa succederà? Si interverrà in tempo utile a salvare l'arco, o se ne aspetterà il crollo, per poi imbastire l'usuale sceneggiata del rimpianto, delle polemiche, del rimpallo reciproco delle responsabilità?