Dal 1606 le «Sette opere di misericordia» hanno lasciato il Pio Monte solo cinque volte. In due occasioni portate a Capodimonte per ragioni di tutela e restauro. Nella foto la copertina del catalogo della mostra del 2004. Napoli. Nella nota in cui «sconsiglia il prestito» delle «Sette opere di misericordia» il ministero dei Beni culturali sottolinea come dal 1606 (anno in cui Caravaggio completò la tela, anche se la consegnò ai committenti nel gennaio successivo) il grande quadro si sia spostato dal Pio Monte soltanto cinque volte. Chiarendo, però, che in due di queste occasioni il trasferimento è avvenuto per motivi conservativi e di restauro. Negli ultimi giorni più volte si è parlato di come il capolavoro di Caravaggio sia stato esposto già due volte a Capodimonte, aggiungendo che all'epoca «nessuno se ne fece scandalo». Ma non si dice per quali motivi questo accadde. La tela fu trasferita una prima volta nel museo dopo il terremoto del 23 novembre 1980 all'epoca il soprintendente alle Belle Arti era Raffaello Causa perché il sisma aveva «pesantemente danneggiato la chiesa del Pio Monte ed era necessario avviare gli indispensabili interventi di restauro strutturale». Si temeva che potesse esserci un crollo da un momento all'altro. Per esigenze cautelative, Causa decise di trasferire sia le «Sette opere» che gli altri dipinti collocati nella chiesa, in accordo con i governatori del Pio Monte. La permanenza delle tele a Capodimonte durò fino al 1985, quando la cappella venne messa in totale sicurezza e dotata anche di un impianto di antifurto che fino a quel momento non c'era mai stato. Prima della restituzione il quadro di Caravaggio, assieme alla «liberazione di San Pietro dal carcere» di Battistello Caracciolo (altro capolavoro del Seicento a Napoli appartenente sempre alla chiesa del Pio Monte), venne esposto, su richiesta di Raffaello Causa e con l'autorizzazione del Pio Monte, in una mostra londinese del 1982 sulla pittura napoletana da Caravaggio a Luca Giordano e alla mostra sulla «Civiltà del Seicento a Napoli» presentata a Capodimonte nel 1984. Ma per fare questo il quadro di Michelangelo Merisi non fu mai rimosso dalla cappella perché già si trovata a Capodimonte per motivi di sicurezza. Seconda mostra. Quasi dieci anni dopo, un esperto notò dei rigonfiamenti sulla tela conservata al Pio Monte e diede l'allarme. Intervennero Capodimonte e il suo soprintendente dell'epoca, Nicola Spinosa. Furono trovati i fondi per il restauro con il contributo dell'Unione industriali di Napoli e della Koelliker gestioni. Il quadro poteva quindi essere riparato, grazie al maestro Bruno Arciprete, ma ciò era possibile soltanto negli studi della pinacoteca. Così venne trasferito prima che le bolle sulla tela provocassero danni seri. Per «celebrare» la fine del restauro ci fu una mostra a Capodimonte: «Caravaggio a Napoli; dalle opere di misericordia a Sant'Orsola trafitta». Nell'introduzione del catalogo si può leggere l'intervento dell'allora soprintendente del Pio Monte, Fernando de Montemayor, che scrive: «Grande lavoro di restauro. In realtà date le buone condizioni del dipinto si è trattato solo di un'accurata pulitura, dovuta alla sapiente e comprovata esperienza tecnica del restauratore Bruno Arciprete. La migliore visibilità (...) ha messo bene in evidenza particolari che il fumo delle candele accese davanti per oltre quattrocento anni, avevano offuscato e velato». E poi quasi un messaggio a «futura memoria». «Però è anche da ricordare - scrive de Montemayor - che oltre ad essere opera d'arte, la tela ha ancora la sua antica funzione religiosa, e la sua collocazione è da sempre sul suo altare maggiore privilegiato». Giovanni Lettieri, all'epoca presidente dell'Unione industriali di Napoli: «Restituire alla città un capolavoro assoluto come le Opere di misericordia, è un atto dovuto. Il restauro peraltro può farsi rientrare in una logica più generale che nella salvaguardia del nostro patrimonio artistico faccia un elemento cardine per lo sviluppo della città». E Nicola Spinosa già all'epoca, sempre nel catalogo della mostra al secondo piano di Capodimonte durata fino al 2005, parlava di «perplessità» avute sul trasferimento dell'opera. «Non solo per gli obblighi imposti - sottolineava - fin dalla realizzazione della grande e celebre pala dagli stessi statuti del Pio Monte, a garantirne la inamovibilità dal luogo della sua originaria collocazione, ma anche per l'incolmabile vuoto che l'assenza del dipinto avrebbe lasciato non solo in chiesa, ma nel cuore di tutti i napoletani e dei tanti turisti che percorrono i nostri Decumani (...). E comunque alla fine, dopo vari incontri e ponderate trattative i pur preoccupati governatori hanno acconsentito che il Caravaggio uscisse dal Pio Monte e venisse sottoposto ad un intervento conservativo e di messa a punto e, per i risultati poi conseguiti, di rivelazione ormai non più differibile». A mostra finita il dipinto fu subito restituito, restaurato e ripulito, al Pio Monte e alla sua chiesa.