Purtroppo non siamo immuni dal contagio. Il dibattito che si è aperto sul possibile (ma sventato) trasferimento delle «Sette Opere di Misericordia» dal Pio Monte al Museo di Capodimonte, per una mostra su Caravaggio e i caravaggeschi, dimostra che ormai viviamo, discutiamo, amiamo, odiamo come se fossimo irrimediabilmente prigionieri di un immenso social network dove non conta la materia del contendere ma l'appartenenza all'uno o all'altro gruppo, all'uno o all'altro salotto. Questa deregulation del pensiero, che segue (forse inconsapevolmente) quella amministrativa imposta dal sindaco Luigi de Magistris in otto anni di liberismo selvaggio, cancella ogni soglia critica: o sei con me o sei contro di me. Si va avanti a forza di «like» e «dislike», pollice in alto e pollice in basso, calpestando la natura dialogica del confronto, ossia due opinioni di segno opposto che si contrappongono cercando, nel reciproco ascolto, di trovare una sintesi comune o, qualora ciò non fosse possibile, di offrire alla comunità gli strumenti per una scelta autonoma. È come se un'enorme rabbia si fosse impadronita di noi, spingendoci a ringhiare di fronte a un dubbio, a un dissenso, fino a sbranare con insulti, dileggi e infamie (addirittura di carattere privato) chiunque osi attaccare il branco nel quale ci identifichiamo. Il retroscena invade la scena, la inghiotte con le sue ombre. E allora Tizio scrive quella cosa soltanto per consumare una vendetta privata, anzi per invidia, anzi no per pura cattiveria e poi che ne sai del suo passato e della volta in cui Sembra quasi che nessuno possa più essere il mandante delle proprie idee ma che, invece, debba necessariamente avere alle spalle un suggeritore, coltivare un fine oscuro, agire per conto terzi. È la Napoli delle caste, delle famiglie, dei notabili, che disegna una città a sua immagine e somiglianza, trasformando il discorso pubblico in chiacchiericcio da salotto, pettegolezzo da dopocena. E questa Napoli, da sempre, coccola i direttori di museo «figli» della riforma Franceschini, li considera parte di sé quasi fossero icone intoccabili di un'idilliaca gouache, disancorata dalla realtà e da qualunque criterio di valutazione. Guai a dire che Caio ha lavorato bene mentre Sempronio è stato un bluff: l'accusa è di lesa maestà. Risultato: nessuno tocchi i direttori. Così, a prescindere. Chi si azzarda ad avanzare una perplessità, viene fucilato nella pubblica piazza con editoriali, post e tweet. Il «caso Caravaggio» lo testimonia. Ricapitoliamo brevemente i fatti. Nicola Spinosa, non un passante ma l'ex direttore di Capodimonte da tutti riconosciuto come fra i più autorevoli esperti del pittore lombardo, dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno solleva con forza alcuni temi che riguardano la mostra allestita da Sylvain Bellenger. Afferma che spostare le «Sette Opere di Misericordia» dal Pio Monte, sottraendo la tela al suo habitat naturale, è un'opzione irricevibile. Tanto più, poi, se si tratta di trasferirla ad appena due chilometri di distanza. Non sarebbe meglio organizzare una sezione della mostra proprio nella cappella di via Tribunali, offrendo ai visitatori un percorso culturale diffuso sul territorio? Sinceramente tuttora, dopo la bufera che ha scatenato, mi sembra una domanda sensata. Alla quale, però, nessuno ha risposto in modo convincente. Nella lunga e interessante dissertazione che il giorno seguente abbiamo ospitato sul nostro giornale a firma di Alessandro Pasca di Magliano, governatore del Pio Monte, si difende la scelta della Confraternita e si attacca a muso duro Spinosa che nel 2004 ospitò lo stesso dipinto nella sua mostra su Caravaggio allestita a Capodimonte. Peccato, però, che il quadro fosse già nel museo per un restauro conservativo i cui esiti vennero sottoposti al pubblico in un contesto espositivo e scientifico degno dell'occasione. Abbiamo pubblicato successivamente un intervento critico di Vincenzo Trione, uno favorevole di Gennaro Matacena e un'urticante intervista con Tomaso Montanari. Avremmo accolto con grande interesse anche il punto di vista del direttore Bellenger: gliel'abbiamo chiesto, ce l'ha promesso, poi ha fatto marcia indietro e alla fine ha detto di non voler parlare con noi «perché mi avete rovinato la mostra». Faccia quel che gli pare, nessun problema. Sebbene converrebbe ricordargli che pure i lettori di questo giornale pagano le tasse con cui viene pagato il suo stipendio di funzionario ministeriale e avrebbero diritto, al pari degli altri, di ascoltare dalla sua voce come spende il denaro pubblico che gli è stato affidato. Ma è in quel «mi avete rovinato la mostra» che si nasconde il nocciolo della vicenda. Cosa gli avremmo rovinato? L'esposizione probabilmente avrà, come accade in tutto il mondo, un itinerario che attraverserà la città e concederà ai visitatori di gustare appieno i luoghi della Napoli caravaggesca che diedero vita al capolavoro del maestro. Forse l'affermazione del direttore nasconde il disappunto per un mancato incremento degli ingressi nel museo? Il dubbio è lecito se pensiamo che la riforma Franceschini ha sovrapposto cultura e marketing, mescolandoli in un'unica poltiglia, al punto che un altro dei simboli di questa stagione, Mauro Felicori, oggi commissario della Fondazione Ravello, in un'intervista sul Venerdì di Repubblica può definire «azienda» un sito monumentale, suggerire di nominare un ingegnere o un esperto d'impiantistica quale suo successore alla guida della Reggia di Caserta (dove ancora giace dimenticata la collezione Terrae Motus e la tutela appare un optional), dimenticare di essere stato nominato esclusivamente per riscrivere lo statuto. E tutto senza che nessuno muova un dito. Non a caso, i danni collaterali della riforma Franceschini si chiamano «valorizzazione del sistema territoriale», parafrasi usata per nobilitare il mercato delle prebende, molto attivo in periodo pre-elettorale; «star system» dei direttori, che a volte mostrano di considerare proprietà privata i luoghi da loro amministrati; «auditel» dei visitatori, come se quello certificasse il grado scientifico di un museo. E' ovvio che sia necessario far leva sulla fantasia, inventare nuove formule, per attrarre il pubblico. Ma da qui a trasformare un luogo di cultura in un contenitore dove tutto è possibile, ce ne corre. Vincenzo Trione, nell'editoriale di qualche giorno fa, ha indicato una via d'uscita: scindere, sul modello francese, le figure del manager e del responsabile culturale, anche per riguadagnare una dialettica tra queste due componenti. È già avvenuto al Napoli Teatro Festival, dove da qualche mese amministratore unico è Alessandro Barbano e direttore artistico Ruggero Cappuccio. L'esperimento sembra funzionare. Dunque, se invece di scatenarsi a difendere il «protetto» di turno, la Napoli più colta facesse sentire la sua voce per separare due funzioni inconciliabili e restituire a ciascuno il proprio posto? Se invece di insultare un dirigente ministeriale che motiva corposamente le sue decisioni (piacciano o meno), si liberasse dei tanti «signorsì» che fanno il gioco dei potentati locali? Se invece di insinuare, adoperare la maldicenza e spargere pettegolezzi, tornasse a discutere nel merito dei problemi senza pregiudizi e logiche d'appartenenza? Beh, forse ci sarebbe meno presenza (e presente) su Facebook. Ma tanto futuro per la città. P.S. A proposito, ve lo dico io prima che lo sappiate da qualche malalingua, casomai nel retrobottega di un social o di un salotto. Mia moglie, Laura Valente, è presidente del Madre (favorevole al «prestito» del Caravaggio) ed è stata, con Alessio Vlad e Maria Pia De Vito, direttrice artistica del Festival di Ravello. Come sempre accade, leggerà quest'articolo soltanto quando sarà in edicola perché ciascuno di noi fa il suo lavoro in piena autonomia. Potrà sembrarvi strano, vista l'aria che tira. Eppure è così, ci crediate o meno. E che non se ne parli più.