L'ex presidente del Consiglio superiore del Mibac: "In azione oligarchie nefaste di piccoli Torquemada, Famiglietti braccio armato del no, killeraggio verso il direttore di Capodimonte Bellenger" «Dovrei dire che sono senza parole, per il blocco che la burocrazia ministeriale del Mibac ha decreato contro il trasferimento del dipinto Sette Opere di Misericordia del Caravaggio: dal Pio Monte al museo di Capodimonte. Ma, purtroppo, tre paroline le ho: piccole oligarchie nefaste». È netto Giuliano Volpe, docente universitario e già presidente della Sami, la società italiana degli archeologi medievisti. Di battaglie analoghe ne ha fatte, dice, anche da presidente del Consiglio superiore del ministero per i Beni culturali - ruolo in cui è rimasto fino al 2018, voluto dall'allora ministro Franceschini . «Allora come oggi - sottolinea - una delle sfide è combattere i signorotti del no». Professor Volpe, perché la sorprende tanto il divieto imposto dalla direzione generale del ministero, contro il temporaneo "prestito" dell'opera? «Intanto, perché quel trasferimento non poteva comportare alcun rischio di danneggiamento o di mancata tutela per l'opera, come evidentemente avevano già accertato sia la Soprintendenza, prima di esprimere il suo responsabile parere, sia i vertici del Pio Monte, che si può immaginare quanto abbiano a cuore la conservazione di quel capolavoro. E poi sono sconcertato perché tale scelta si traduce in un danno enorme per la mostra, e per città di Napoli. Infine, a firmare un tale divieto è un direttore che purtroppo conta precedenti, per così dire, specifici». Si riferisce al direttore generale Famiglietti? Ma non è il suo lavoro? «Diciamo che si tratta di un braccio armato della visione dei no. Prima le griglie ostacolate in piazza Plebiscito, addirittura contro una sentenza del Tar, e ora il Caravaggio: sempre a Napoli. A Foggia ha bloccato un grande parco archeologico urbano già approvato dalla soprintendente; a Ferrara, ha fatto lo stesso con Palazzo Diamanti; a Milano ha imposto alla soprintendente il vincolo di un intero quartiere. E non parliamo dei lavori bloccati a Castel del Monte, patrimonio Unesco, ad Andria». Il ministro Bonisoli ha rintuzzato il sindaco parlando di "parere tecnico". Si riferiva a quel direttore? «Qui è il bello. In realtà quel direttore è un avvocato. Quindi, le competenze specifiche tanto auspicate, in questo caso, sono soppiantate. I tecnici, cioè la Soprintendenza, aveva detto sì. L'avvocato ha detto: vade retro». Ed esiste un comun denominatore, una linea o una legge che giustifichino i no? «Dal mio punto di vista, esiste una visione chiusa, e retriva della gestione del patrimonio artistico e culturale. Non dovrei dirlo ma, ciò che è avvenuto a Napoli con questa vicenda, fa assomigliare certi presunti paladini della purezza, che poi magari non sono insensibili alle sirene del mercato a quelle di una bella nomina, a dei Torquemada». Vede metodi da Inquisizione, insomma. «Sì, ma piccoli Torquemada, beninteso. È l'avventura umana di chi, dicendo "qui non si passa", ostacolando un processo, crede di poter contare di più, o di accreditarsi di più, o spera magari eternamente di diventare qualcosa di più, di agguantare qualche ruolo istituzionale magari a lungo corteggiato. Sono medievista e non dovrei dirlo ma qui siamo di fronte a condotte che ci fanno precipitare in secoli bui. Ed io penso ci sia un disegno». Con quale obiettivo? «L'obiettivo è screditare il sistema culturale Italia. E non capisco, lo dico con sincero rammarico, come questo atteggiamento di piccole lobby possa non turbare un ministro come Alberto Bonisoli: che invece viene anche da un'esperienza aperta e vitale, di economia della cultura, da un'Accademia di belle arti privata dal mondo di moda e design che dovrebbe avere anche una visione più dinamica. In fondo il mondo dei 5 Stelle si è sempre presentato come interprete della cittadinanza attiva, dell'apertura il più democratica possibile. E ora, si fa esecutore di questa visione salottiera e ripiegata? Se si vanno a guardare gli ultimi concorsi ci si accorge che gli stranieri sono sempre meno...». Non sorprende, però. In Italia alcuni intellettuali, veri o presunti, gridarono allo scandalo dopo la nomina dei cosiddetti "stranieri". Era un sovranismo che precedeva Salvini. «Certo, era già assurdo come atteggiamento. Ma adesso , appunto, sono gli stranieri che ci considerano meno affidabili. La verità è che certi atteggiamenti ci isolano. Anche culturalmente». E ora c'è, addirittura, chi si spinge a chiedere al ministro Bonisoli di non confermare i direttori in scadenza. Per un'ipotesi di leso Caravaggio o solo per lesa maestà? «Seguo ogni giorno da tempo le attività portate avanti a Napoli da direttori come Bellenger, a Capodimonte e Giulierini al Mann. Stanno facendo un lavoro eccellente, nonostante difficoltà e ostacoli. Quindi ci sarebbe da ridere di tali richieste, da prenderli come vaneggiamenti. In realtà si tratta di un vero killeraggio: svolto con cura, premeditato, e portato avanti con alleanze di vari organi».