Meno fedeli e contributi: banner in quattro cantieri. «Le pubblicità sono decorose» VENEZIA. «La pubblicità è fondamentalmente, è l'unico modo per poter pagare i restauri delle chiese», dicono la sovrintendente Carpani e il delegato per i beni della Curia don Caputo. I fondi ormai sono ridotti al lumicino: i trasferimenti del ministero sono quasi tutti dirottati nelle località terremotate, i soldi dell'otto per mille non raggiungono i 600 mila euro e le donazioni sono minime. Così per quattro chiese la facciata è coperta dalla pubblicità. VENEZIA. Lo dicono quasi in coro la Sovrintendente Emanuela Carpani e il delegato patriarcale per i beni culturali Gianmatteo Caputo: «La pubblicità è fondamentalmente, è l'unico modo per poter pagare i restauri delle chiese». I fondi ormai sono ridotti al lumicino: i trasferimenti del ministero sono quasi tutti dirottati nelle località terremotate, i soldi dell'8 per mille non raggiungono i 600 mila euro e le donazioni dei comitati privati per gli interventi su edifici religiosi sono minimi. Solo per la chiesa di San Geremia (Santa Lucia) è necessario oltre un milione e duecento mila euro. Il banner che sarà installato nella facciata (anche se i lavori saranno interni) porterà per tre anni ottocentomila euro. «Tutte le operazioni sono pensate e misurate sulle reali esigenze», precisa don Caputo cercando di spegnere le polemiche nate nei giorni scorsi per la mega pubblicità sulla chiesa di San Salvador. In realtà i lavori erano già previsti da tempo, ma l'accelerazione è avvenuta a causa di cedimenti e cadute. Vale per la chiesa di Rialto ma anche per quella di San Moisè dove è in corso l'allestimento del ponteggio che poi ospiterà il banner che finanzierà l'intervento. «Il nostro riferimento è l'articolo 49 del codice dei Beni culturali che ci impegna a prevedere una pubblicità decorosa e rispettare i tempi della pubblicità con quelli della durata dei lavori», precisa la Sovrintendente Carpani. Polemiche? Già a monte ci sono frequenti scremature, sia da parte del Patriarcato che di Palazzo Ducalo, ma alla sponsorizzazione non si può rinunciare. Poco importa se qualcuno storce il naso, come nel caso di San Salvador (qui il banner è laterale a causa dei continui interventi sull'impalcatura della facciata principale che ne impedivano la collocazione), perché altrimenti il restauro non sarebbe possibile. «Dobbiamo far fronte anche alla diminuzione di fedeli e offerte, che servono a malapena per la gestione della parrocchia, così come i biglietti di ingresso in alcune chiese coprono la gestione di esse», sottolinea il sacerdote. Poi c'è il mercato, che evolve in continuazione e detta le regole. Due esempi su tutti: nella chiesa dei Gesuati che dà sul canale della Giudecca nessuno vuole mettere il suo marchio, così come nella chiesa della Pieta durante il Carnevale. Logiche tipiche del marketing e della pubblicità che premiamo maggiormente la facciata della chiesa di San Geremia rispetto al banner di San Salvador nonostante apparentemente sia più visibile. Impossibile quantificare le esigenze del patrimonio ecclesiastico («Qualsiasi cifra potrei fare ora, stasera sarebbe superata», dice don Caputo) : ogni chiesa ha bisogno di lavori quantificabili tra decine e centinaia di migliaia di euro, se non di milioni. «Purtroppo quella che è venuta a mancare in questi anni è stata la manutenzione ordinaria che avrebbe anche contribuito a sviluppare l'economia locale. E per questo oggi si interviene solo d'urgenza», sottolinea Carpani. A San Geremia ad esempio la curia è intervenuta a «spegnere» le campane per evitare di peggiorare la situazione del campanile. Fondi non ce ne sono e i comitati privati preferiscono finanziare interventi più significativi: solo a San Stae, unico caso, il Comitato svizzero si è reso disponibile ad occuparsene. San Bartolomio, San Salvador, San Moisè (restauro della facciata, della sacrestia e dell'intonaco interno) e San Geremia gli interventi in corso o pronti a partire con l'aiuto degli sponsor, i Gesuati rimangono al palo nonostante sia necessario un intervento da un milione e mezzo di euro. «Purtroppo nella pianificazione siamo condizionati dalle priorità», conclude il prete.