Martedì sera la notizia: la Direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Mibac (guidata da un serio funzionario come Gino Famiglietti) ha risposto in maniera negativa alla richiesta avanzata dal Museo di Capodimonte, per ottenere dalla Chiesa del Pio Monte della Misericordia il prestito delle «Sette opere di misericordia»: lo spostamento avrebbe esposto il capolavoro caravaggesco a gravi rischi. Qualche storico dell'arte (come Riccardo Lattuada, sulle colonne de Il Mattino ) ha criticato questa decisione, che addirittura sarebbe «contro ogni idea di progresso della conoscenza legata alle mostre di studio». Ma occorre chiedersi quella che sta per essere inaugurata a Capodimonte è davvero «una mostra di studio»? E ancora: un'esposizione può non tener conto della fragilità di alcune opere? Autorevoli studiosi come Roberto Longhi e Francis Haskell avevano molti dubbi a tal riguardo. Di diverso tono il giudizio di Tomaso Montanari che, su il Fatto Quotidiano di lunedì, ha scritto: «Hanno trionfato le ragioni della tutela e quelle del buon senso: una volta tanto». E ha aggiunto: «Un provvedimento impensabile nell'era Franceschini». Con la consueta lucidità, Montanari ha colto la portata della scelta del Mibac. Non si tratta di un semplice episodio. Siamo dinanzi a qualcosa di diverso. Forse, la fine di un'epoca la cui parola chiave è stata valorizzazione.