Stanno facendo danni i nuovi scavi a Pompei: è il succo della lettera del professore Carlo Doglioni, presidente dell'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). Doglioni l'ha inviata tre giorni fa al ministro per i Beni culturali Alberto Bonisoli. Per arginare i danni alle necessarie indagini vulcanologiche il presidente Ingv chiede «l'accesso per studi vulcanologici alla zona dei cantieri e indicazioni circa la conservazione dei reperti». Questi i motivi della richiesta, indirizzata pure agli altri responsabili del Parco Archeologico ai piedi del Vesuvio per non danneggiare la ricerca. Stanno facendo danni i nuovi scavi a Pompei: è perentoria la lettera del professore Carlo Doglioni, presidente dell'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha inviato tre giorni fa al ministro per i Beni culturali Alberto Bonisoli. Per arginare i danni alle necessarie indagini vulcanologiche (che avrebbero notevoli positivi riflessi in tema di Protezione Civile) il presidente Ingv chiede «l'accesso per studi vulcanologici alla zona dei cantieri e indicazioni circa la conservazione dei reperti». Questi i motivi della richiesta, indirizzata pure agli altri responsabili del Parco Archeologico: Alfonsina Russo direttore generale, Luana Toniolo responsabile Unesco e al capo della Protezione Civile Angelo Borrelli. I ritrovamenti sul perimetro rivolto verso il Vesuvio hanno avuto grande risonanza, scrive il presidente Ingv «tuttavia la comunità scientifica vulcanologica italiana e straniera, con rarissime e sporadiche eccezioni, non ha modo di vedere i prodotti dell'eruzione nell'area cantieristica e di studiare il differente impatto che questi hanno avuto sugli edifici e nei diversi punti della città, oltre alla relativa analisi stratigrafica». Non è solo tema scientifico: «I calchi di Pompei sono tolti dalla loro posizione originale rendendo impossibile ricostruire dove e quando abbiano cercato scampo gli abitanti. Lo studio di questa eruzione non ha infatti solo un risvolto teorico ma contiene uno sterminato patrimonio di informazioni per la vulcanologia a livello mondiale; può essere una lezione di protezione civile, di come salvarsi, di cosa fare o non fare in caso di eruzione». Il professor Carlo Doglioni, dopo questo severo richiamo ad un tema di scottante attualità, solitamente percorso da stupidi e dannosi allarmismi, ricorda nella sua lettera al ministro che «a nostro avviso non vi è alcun motivo che giustifichi la completa asportazione del materiale vulcanico, o quanto meno che questo venga rimosso senza una contestuale analisi e registrazione; i siti sono immensi, i reperti di epoca romana riempiono più i magazzini che i musei, lasciarne qualcuno sul luogo del ritrovamento o ancora sepolto non danneggerebbe il sito e ne conserverebbe la memoria». E ancora: «Le tracce dell'eruzione fanno capire come e in quale momento si è compiuto il dramma, consentono di identificare le modalità attraverso le quali le persone avrebbero potuto salvarsi. I dati vulcanologici reperibili in situ potrebbero dunque suggerire comportamenti che risulterebbero provvidenziali in caso di nuova eruzione, più di ogni esercitazione». Il presidente Ingv chiede che qualche frammento di prodotti vulcanici sia conservato nella posizione originale, che sia consentito l'accesso ai vulcanologi Ingv o di Università e Centri di ricerca italiani e stranieri, «affinché possano approfondire lo studio delle eruzioni esplosive con le nuove conoscenze della materia: non vi è infatti altro luogo al mondo dove sia così tangibile la violenza dell'improvviso risveglio di un vulcano addormentato. Può essere un progresso per la scienza, per la previsione dell'attività del Vesuvio». È davvero singolare che non sia stata invocata fin dal primo momento la collaborazione della vulcanologia per i nuovi scavi di Pompei, dove a quanto pare non è consentito neanche l'accesso ai vulcanologi, se il presidente dell'Ingv deve chiederlo con la lettera che abbiamo riportato. La protesta dei vulcanologi serpeggiava da tempo nei centri scientifici di Napoli, Roma, Pisa. Se ne sono fatti portavoce Lisetta Giacomelli geologa e Roberto Scandone vulcanologo il cui più recente testo di divulgazione scientifica («Campi Flegrei, storia di uomini e vulcani») è stato presentato poche settimane fa nella sede dell'Osservatorio Vesuviano. Dichiarando senza mezzi termini che Pompei rischia di diventare un «falso storico», a nome di molti loro colleghi avevano lanciato un appello alla comunità scientifica a «non cancellare la singolarità e l'unicità del sito a studiare più a fondo l'eruzione, spieghiamo come è stato e come comportarsi se dovesse ripetersi» concludendo col significativo invito, taciuto ma evidente nella lettera del presidente Ingv: «Facciamo cultura in toto, non solo spettacolo».