Commercianti e Comune rimangono lontani sul nuovo regolamento Al caffè concerto Romano, nel dehors che si apriva all'angolo di piazza Castello, uno dei tavolini era sovente occupato da Nietzsche durante il suo soggiorno torinese. È proprio tra l'Ottocento e il Novecento che sotto la Mole il dehors conquista uno spazio nel paesaggio urbano del centro e della periferia. La presenza dei controviali, ancora liberi alla fruizione pedonale, favorisce il fiorire di sedie e tavolini come nuovo punto di incontro per lo svago e il tempo libero. I precedenti europei sono i caffè di Parigi e di Vienna e chissà se il poeta Guido Gozzano quando scriveva di Torino come città «d'un tal garbo parigino» non si riferisse proprio ai suoi caffè. Un secolo più tardi è stato l'assessore liberale Bepi Dondona a concentrare la propria attività politica e amministrativa sullo sviluppo di una maggiore qualità del decoro urbano. Con il suo assessorato il Carnevale e le giostre furono sfrattati da piazza Vittorio, le insegne storiche dei negozi e delle botteghe assunsero un valore estetico da difendere. Con lui nacque l'idea per un piano colore per le facciate delle case. Persino i lampioni della città dovevano armonizzarsi all'austera eleganza delle riqualificate vie cittadine. In questo programma di riordino non poteva mancare anche un'attenzione per i dehors. Una normativa semplice che indicava quali requisiti rispettare per poter allestire fuori dai locali sedie e tavolini. Il vero e proprio regolamento arriva però nel 2004. Lo spazio pubblico sempre più stretto: area sosta per le macchine, piste ciclabili, stalli per le biciclette, marciapiedi. La città cambia pelle, arrivano le Olimpiadi, i turisti e si mangia sempre di più all'aperto. Il dehors si presenta in maniera differenziata: aperto, semichiuso, transennato, con ombrelloni o addirittura coperto e sottrae spazio alle altre esigenze. La nuova giunta a guida Appendino decide che così non si può andare avanti e approva un nuovo regolamento per «riordinare la materia». Solo due categorie sono ammesse: dehors o padiglioni. I primi prevedono solo sedie, tavolini e ombrelloni. Per i secondi si tratta di nuove costruzioni, con nuova cubatura e con i necessari permessi a costruire. Tutto quello che c'è adesso, se non è semplice dehors, alla fine della concessione, dovrà essere smantellato. Il Comune ne ha censiti circa 140 che risulterebbero fuori legge. Uniche eccezioni le piazze auliche ovvero piazza Solferino, largo IV Marzo, piazza Emanuele Filiberto, piazza Lagrange e piazza Paleocapa, dove comunque le strutture esistenti dovranno adeguarsi alle nuove direttive. Le regole sono più restrittive e in assenza di deroghe saranno pochi i luoghi di ristorazione che potranno continuare a estendersi all'aperto. I ristoranti perderanno diversi coperti e dovranno ripensare al numero dei propri lavoratori. Si dice che questa nuova normativa gioverà a favore di un paesaggio urbano più ordinato e ambientalmente più sostenibile. Come se i dehors fossero nemici dell'ambiente e non una possibile parte integrante. Ora la parola passa al consiglio comunale. Si può pensare a una normativa che favorisca chi intenda dotarsi di uno spazio esterno, anziché punire chi l'ha attrezzato? È possibile credere che il Comune indichi chiaramente al commerciante cosa deve fare e un'amministrazione amica lo aiuti a realizzare la migliore iniziativa nell'interesse proprio e di quello della città? L'impatto di questo nuovo regolamento rischia non solo di far perdere posti di lavoro a un settore in difficoltà, ma anche la fiducia di un'intera categoria che ha bisogno di una burocrazia al fianco e non contro. L'irregolarità non si contrasta limitando lo spirito di impresa di chi vuole osservare le regole, ma sanzionando i comportamenti sbagliati.