Via Madonna dei Monti era la strada di artigiani e operai: fabbri, droghieri, calzolai, robivecchi,carrettieri e fornai dividevano spesso un'unica cucina nei palazzi affittati dai signori. Si conoscevano tra di loro, mangiavano assieme nelle botteghe, offrivano reciproca solidarietà: «Un giorno, sarà stato intorno a metà degli anni '60, ho venduto otto bombole, ma non mi ha pagato nessuno. Non potevano. E che facevo? Li lasciavo senza cena o acqua calda, ci conoscevamo tutti», racconta Paolo il bombolaio, 83 anni e memoria storica della strada che oggi è al centro della movida notturna. Con i locali etnici e cocktail bar che si mescolano alle insegne delle vecchie osterie e che si popolano soprattutto di notte, dopo il tramonto. Ma la memoria è anche nel caso delle 20 pietre d'inciampo rubate e poi ripristinate. A via Madonna dei Monti lo conosco tutti: lui è Paolo il bombolaio, anche se ora vende casalinghi, tazze di porcellana e prodotti per la casa. Ma qualche vecchia bombola del gas in negozio la conserva ancora. «Prima ero Paolo il carbonaio, avevo il carbone quando le cucine funzionavano così », racconta. Si affaccia sulla porta del negozio e osserva la strada. «Guardi che meraviglia è ancora - commenta - nonostante non ci sia più il popolino e gli artigiani. Nelle case non abita più nessun. Ci sono solo turisti e stranieri nei "brickanbrack"». Signor Paolo vuole dire BB? «Sì, quella roba lì, ma non provi ad insegnarmi quella parola, proprio non mi entra in mente. E non voglio ripeterla». Ha 83 anni e lavora qui da oltre 50 anni, racconta senza rammarico una Roma che non esiste più. «Vede questi erano palazzi da signori - continua - ma erano tutti affittati e subaffittati ad artigiani, operai. Una cucina lavorava per tre, quattro appartamenti, si dividevano le spese. Un giorno, sarà stato intorno a metà degli anni '60, ho venduto otto bombole, ma non mi ha pagato nessuno. Non potevano. E che facevo? Li lasciavo senza cena o acqua calda, ci conoscevamo tutti». Il calzolaio, la magliara, il macellaio, il fabbro, il ciabattino, il robivecchi, il pizzicarolo, il fornaio, il carrettiere, l'oste, il meccanico, il tintore ad ora di pranzo mettevano a turno il tavolino davanti al negozio del carbonaio all'angolo con vicolo dove arrivava il sole e riposavano. Anche giocando a carte. Tracce della vita artigiana della via si scorgono alzando gli occhi, nelle parti più alte dei palazzi si legge «Osteria» sopra un minimarket, «Forno» sopra ad un albergo. Ora al posto delle botteghe ci sono drink-bar, supermercati etnici, street-food. «Che poi perché si chiama così uno che fa panini?», commenta in romanesco Paolo. Accanto al suo locale c'è un noto parrucchiere, davanti alla vetrina ci sono venti pietre d'inciampo che ricordano le famiglie Di Consiglio e Di Castro, venti persone di religione ebraica deportate ed uccise ad Auschwitz. I tre nuclei famigliari vivevano insieme nel grande locale e speravano di salvarsi dalla Shoah. Lì dove ora si acconciano le signore del centro storico. Le pietre d'ottone sono state rubate a fine dello scorso anno, ma sono state anche restituite alla via e a Roma. Madonna dei Monti potrebbe essere una strada secondaria del primo rione di Roma. Pur piccola e defilata è sempre stata fondamentale per l'asse viario cittadino. Collega e collegava il Foro romano alla Suburra, area di taverne e lupanari, era «l'Argiletum», un tracciato coperto di fango e argilla che scendevano dai colli (li' Monti) Quirinale, Esquilino e Viminale. Nella sua seconda vita prende il nome dalla chiesa costruita nel luogo dove si compì un prodigio (XVI secolo). Lì dove c'era una sala usata come fienile, durante dei lavori, si udì una voce di donna che pregava gli operai di non far male al bambino, sarebbe stato l'affresco a parlare: una Madonna con un Bimbo, scoperto dagli operai durante gli interventi. Quella chiesa continua ad essere il fulcro della via, è sempre aperta fino a notte, con i portoni spalancati a pochi metri dai locali vocati alla vita notturna. «Tra una birra e cocktail può venire voglia di fare una preghiera. Vedo tanti ragazzi entrare», racconta Manuela che abita a via dei Serpenti. A metà della strada c'è la lavanderia Berlioz, dal 1870 tinge e lava, anche le cappe antigelo che indossano i clienti del «Ice club», il limitrofo locale nel ghiaccio. «Siamo la prima tintoria di Roma, la mia trisavola la comprò da un francese, Berlioz appunto - racconta Plinio Masseroli - e da allora non abbiamo mai smesso di tingere i capi dei romani e non ci siamo mai trasferiti. Fino al secondo dopoguerra si lavorava soprattutto come tintoria, allora un cappotto veniva passato di padre in figlio». Plinio continua con passione il lavoro dei suoi predecessori, si lava e non si tinge più, ma il locale è rimasto quello di allora. «La scomparsa degli artigiani è un danno per Madonna dei Montisi - commenta - Ormai qui si mangia solo a portar via e neanche bene». Sul muro della lavanderia c'è l'onorificenza che la regina Margherita fece avere ai tintori perché soddisfatta per il nuovo colore dei suoi capi.