Ci sono 143 aree dismesse in tutta la provincia di Firenze, che raccontano un passato industriale finito e sui quali si può costruire il futuro di tante città. Soprattutto se l'attrattività del capoluogo porterà investitori pronti a trasformare questi luoghi, con una superficie pari a 4.800 campi di calcio, 420 ettari. Se l'attrattività del capoluogo fosse trasferita in tutta la provincia, un intero territorio potrebbe cambiare volto. Perché nella sola provincia di Firenze, ci sono terreni pari a 4.800 campi di calcio che attendono una nuova vita. Vecchie cartiere, vetrerie, aziende chimiche. Luoghi dove si produceva dinamite, sigari, concimi: abbandonati a volte da più di mezzo secolo. Sono le aree dismesse censite dalla Città metropolitana in uno studio realizzato da Claudio Saragosa, Iacopo Bernetti e Giacomo Rossi. Partono dal racconto del passato industriale del nostro territorio, per cercare di immaginare un futuro. I numeri Si tratta di 420 ettari divisi in 143 aree. Ci sono, spiegano i ricercatori, «circa 26 aree dismesse di medio-grande dimensione, che vanno dai 5 ai 15 ettari, mentre sono 50 le aree dismesse la cui superficie oscilla tra 1 e 5 ettari. Le aree dismesse di piccola dimensione, superiori a 2.000 mq ed inferiori ad 1 ettaro, sono invece 66». Tutte queste 143 aree sono «per lo più distribuite lungo le principali direttrici di sviluppo urbano, che complessivamente occupano una superficie pari a circa 420 ettari». Il futuro Lo studio censisce non solo le aree, ma anche lo «stato dell'arte». Cioè cosa sta succedendo, dal punto di vista delle scelte politiche e del ruolo dei privati (principalmente, sono in mano ad aziende e società), con complessità enormi, a partire dai costi di bonifica. Eppure la presenza di questi spazi è un'opportunità, e qui dovrebbe concentrarsi lo sforzo degli strumenti urbanistici. Anche perché si ricorda che «tendenzialmente, la pianificazione indirizza gli interventi di riqualificazione urbana sui siti dismessi da alcune decine di anni e, soprattutto per i siti con un passato produttivo, gli eventuali costi di bonifica, rallentano od ostacolano del tutto i processi di trasformazione. Ma il fenomeno legato alla dismissione ed all'abbandono, tuttavia, non è storico in quanto è tutt'ora in corso un'ulteriore fase di deindustrializzazione dovuta al succedersi delle crisi internazionali, che inevitabilmente creerà nuove aree dismesse». Le esperienze estere L'obiettivo è quello di usare queste aree per arrestare il consumo di suolo, rigenerare pezzi di territorio e di città, «inventarsi» anche un futuro: se non produttivo, di sviluppo. E per farlo, Saragosa ed i suoi collaboratori provano anche a far capire che è possibile fare interventi belli, rigenerativi, importanti, snocciolando i migliori esempi del caso a livello europeo, dai Docklands di Londra, al porto occidentale di Malmoe, fino al Parco Dora a Torino ed al Quartiere Le Albere a Trento. Ma per fare questo, occorrono anche ingenti investimenti pubblici: come raccontano invece alcuni dei principali interventi in città, dal Palazzo della Ferrovie in Lavagnini a Costa San Giorgio, gli investitori privati puntano sull'accoglienza, giovane o di lusso. Con scarsi effetti sulla vita dei residenti. Il passato scomparso La ricerca però ci dice di più: racconta un passato industriale eccelso, forte, ormai scomparso. Investimenti a volte azzardati ma efficaci. Avevamo uno dei poli più importanti del vetro a Empoli. Producevamo prima dinamite, poi facevamo sperimentazione chimia con la Montecatini a Signa. Alle Sieci, negli anni '20, oltre 400 dipendenti esportavano le Ceramiche Brunelleschi in mezzo mondo, portando con se il nome di una delle icone del nostro Rinascimento. A Castelfiorentino c'era la produzione di zucchero del centro Italia. Industrie battute dalla competizione globale, dal cambio dei mercati, dall'abbandono delle attività agricole, dal non aver investito in ricerca e sviluppo. Ma anche dall'alluvione: quella del '66 colpì le Ceramiche Fanciullacci a Montelupo Fiorentino, che dopo alti e bassi non riuscirono più a camminare sulla loro gambe. E, casi più noti ma non meno importanti, a Firenze c'era l'avionica della Fiat a Novoli, le fonderie della Pignone: in questo caso, però, la «rigenerazione urbana», si è già compiuta. Ma ci sono altre 143 storie da riscrivere. Cosa si muove Tra le 143 aree, ci sono buchi neri, o vuoti, storici. Uno enorme, l'area ex Nobel a Signa, grande come una città abbandonata: «È stato presentato un nuovo progetto, da una società americana, ci vuole fare cinema, alberghi e negozi» spiega il sindaco Alberto Cristianini. Pare il prezzo sia intorno ai 13 miloni di euro) ma soprattutto va trovato chi investe: ci vorranno centinaia di milioni. A Scandicci, per il Palazzaccio «ci sono grandi firme interessate, ma occorre che il governo si assuma la responsabilità di trovare una soluzione per rendere l'operazione possibile», dice il sindaco Sandro Fallani. Più difficile il recupero dell'ex Zuccherificio Granaiolo a Castelfiorentino: «L'area è privata, ha bisogno di un investimento consistente spiega il sindaco Alessio Falorni almeno 20 milioni di euro». Ma con quale scopo? Recuperando l'archeologia industriale, anche a scopo produttivo, è convinto Falorni, perché «il fatto che ci sia lo sbocco della statale 429 ci può davvero dare una mano».