Nel dire sì, o no, a un prestito, fra le tante condizioni sarebbe prioritario verificare se tale richiesta si inserisca in un preciso metodo di lavoro e quindi nella strategia culturale che ne è alla base. E, per mia esperienza, questo metodo esiste oggi a Napoli, e anzi andrebbe applicato in maniera sempre più sistematica. In questi anni, infatti, le istituzioni culturali campane hanno messo a punto un metodo basato sulla condivisione di progetti espositivi, editoriali e didattici e sull'interscambio di buone pratiche amministrative. È un metodo che sta permettendo di attivare la perdurante attualità del patrimonio culturale della Campania Felix, a partire delle molteplici connessioni disciplinari presenti nella rete delle sue infrastrutture museali, e di delineare un sistema integrato anche in funzione dell'offerta formativa e turistica. Ne sono risultate mostre che non sarebbero state altrimenti possibili, ma anche, per esempio, l'inclusione di opere d'arte antica e moderna nelle mostre personali dedicate dal Madre a tre fra i più importanti fotografi contemporanei l'ucraino Boris Mikhailov, l'italiano Mimmo Jodice e l'americano Robert Mapplethorpe: autori che con sensibilità e modalità differenti hanno intrattenuto una loro personalissima relazione con gli archetipi stessi della storia dell'arte evocando nel museo reale i loro musei ipotetici. La Campania e Napoli non scoprono ora, per altro, questo metodo di lavoro (ricordiamo, fra le tante, la straordinaria mostra di Louise Bourgeois organizzata da Nicola Spinosa a Capodimonte nel 2008 e l'omaggio che lo stesso museo le ha reso nel 2017 nell'Incontro Sensibile con Guarino): ed è quindi nostro compito continuare a applicare e implementare questo metodo, che non abbiamo inventato ma che, altresì, non dovremmo disattendere. Lo sforzo di chi organizza una mostra è senz'altro quello di evitare ogni banalizzazione in modo da poter fornire, a partire dalla ricerca eseguita, le condizioni per inediti percorsi simbolici. Condizioni che in questi anni sono state sempre di più perseguite, dando pieno senso a questo metodo, grazie alla scrupolosa, e direi quotidiana, collaborazione fra musei come, tra gli altri, Mann, Parco Archeologico di Pompei, Paestum, Reggia di Caserta, Polo Museale della Campania, il comitato di Via Duomo. La Strada dei musei, Università, Archivi, Biblioteche, Fondazioni private. Con la garanzia di una disponibilità economica e di una regia sempre attenta della nostra Regione. Il Museo e Real Bosco di Capodimonte è stato costante e nevralgico co-autore nella messa a punto di questo metodo, che ha al centro una politica responsabile ma anche prospettica dei prestiti, salvaguardando le esigenze di tutela ma definendo insieme una visione complessiva e di futuro. Di cui il nostro patrimonio pubblico ha altrettanto bisogno se vogliamo non solo preservarlo ma affidarlo denso di tutte le sue implicazioni e cogliendone tutte le sue potenzialità alle prossime generazioni. Spesso queste opere sono state oggetto di nuovi studi e restauri o hanno previsto debite compensazioni o l'applicazione di una politica di reciprocità. Ma sopratutto sono poi tornate alle loro sedi originarie con l'aggiunta di uno sguardo altro a volte sorprendente, quale quello degli artisti contemporanei che proprio le mostre in cui le opere in prestito sono state esposte hanno permesso di generare e di condividere con migliaia di visitatori. La Danae di Tiziano riletta da John Armleder e accompagnata dalla realizzazione di una nuova opera per la collezione di Capodimonte; il prestito delle eruzioni di Volaire, Toma o Warhol in dialogo con i frammenti provenienti pompeiani, in PompeiMadre. Materia Archeologica, che ha permesso l'avvio delle Pompeii Commissions, commissione di nuove opere d'arte generate dal patrimonio archeologico che giace, non esposto e non studiato, nei nostri magazzini. Esempi, appunto, delle opportunità aperte da questo metodo, che pochi altri territori potranno mai avere l'onore e l'onere di sperimentare, e quindi non omologato. La cultura del Grand Tour è ancora questa: fornire al mondo nuove sollecitazioni, agendo nel nostro presente a partire dal nostro passato. Per questo ritengo che la valutazione del prestito di un'opera come Le Sette Opere della Misericordia di Caravaggio andrebbe inserito anche nel più ampio contesto del metodo di lavoro sinergico e quindi della strategia culturale qui descritti. Per altro siamo al cospetto di un'opera a suo modo già «concettuale», e quindi di preveggente contemporaneità, ogni anno posta in confronto dinamico con nuove opere d'arte in un esemplare progetto a cura di Mario Codognato. E forse andrebbe anche considerata la linea di ricerca scientifica perseguita dal Museo di Capodimonte in questi anni: mostre focalizzate sul rapporto che il museo ha con la sua storia, le sue collezioni, le sue molteplici identità, alcune delle quali da puntualizzare altre addirittura da riscoprire (Depositi. Storie ancora da scrivere) o sul rapporto degli artisti con lo scenario della cultura partenopea (Picasso a Napoli. Parade). Non mostre «enciclopediche» per l'organizzazione delle quali i budget sono vertiginosamente aumentati in linea con le esigenze di un sistema dell'arte sempre più professionalizzato ma che riscoprono quel patrimonio che è di fronte ai nostri occhi, meraviglioso e inesauribile, soprattutto in una città-mondo come Napoli e in una regione come la Campania con i suoi trenta secoli di contemporaneità. Un patrimonio che, per altro, a molti è ancora ignoto: soprattutto ai più giovani o ai tanti concittadini che raramente ritengono di poter essere turisti a casa propria. Un patrimonio che, lavorando insieme, potremo invece far conoscere anche a loro e nello stesso tempo ri-conoscere noi, custodi ma anche interpreti, ognuno a suo modo, e ogni giorno.