Caro direttore, ho letto con stupore il mio nome tra i firmatari dell'appello contro il nuovo, paventato spostamento delle Sette Opere di Misericordia di Caravaggio. Questa volta, infatti, non ho risposto alla richiesta di adesione dell'amico Guido Donatone (che, per una volta, ha praticato anche lui il silenzio-assenso imposto alle soprintendenze), per due motivi. Il primo è che sono stato designato dal Consiglio universitario nazionale a far parte del Comitato tecnico scientifico per le Belle arti, che è competente anche sulle richieste di prestiti e i conseguenti spostamenti. Benché il comitato non sia ancora stato insediato, credo sia fin da ora più corretto che le mie opinioni su simili casi arrivino all'amministrazione non attraverso la stampa. Il secondo è che questa volta la richiesta del Caravaggio non è legata ad iniziative promozionali, ma giunge da un comitato scientifico impegnato in una ricerca di storia dell'arte. Le mostre non si possono giudicare prima di vederle: non quelle che, almeno sulla carta (per sede e curatori), meritano un'apertura di credito. Quella di spostare le Sette Opere dalla chiesa del Pio Monte è una decisione grave, e carica di rischi. Dovrebbe essere presa molto di rado (una volta ogni mezzo secolo, per dire), e solo per occasioni scientificamente letteralmente straordinarie. Per dire se questa mostra lo sia, bisognerà aspettare che apra. Per questo, oltre a non poter sottoscrivere questo appello (le cui ragioni pure comprendo profondamente, e che comunque mi induce a rinnovare la mia stima per il suo promotore e per gli amici che hanno aderito), ho declinato la proposta di scrivere sulla mostra fin da ora, e quella (giuntami dal direttore di Capodimonte) di scrivere una guida alla Napoli caravaggesca associata alla mostra. Come ho scritto a Sylvain Bellenger privatamente, non me la sento di affiancare il mio nome ad una esposizione di cui non sono in grado di giudicare necessità, coerenza, tenuta, rigore, efficacia. Credo che chi oggi si assume la responsabilità di spostare i quadri di Caravaggio, e specie le grandi pale d'altare ancora in contesto, abbia il dovere di tenere uno standard di qualità eccezionale. Non ho ragione di dubitare che la mostra lo farà: ma non ho nemmeno ragione di crederlo. Tuttavia, visto che sono stato indotto a prendere la parola in pubblico sulla questione, mi chiedo se non sarebbe possibile immaginare che la sezione della mostra per la quale i curatori hanno giudicato indispensabile il diretto confronto con la pala, non possa essere allestita nella chiesa stessa del Pio Monte. Il momentaneo stravolgimento dell'assetto di quest'ultima sarebbe ampiamente ripagato da tre importanti risultati: non strappare il Caravaggio dal suo contesto, e non metterlo a rischio; mantenere il nesso con la Liberazione di Pietro di Battistello, il cui prestito non è stato concesso; portare "in città" il Museo di Capodimonte, riannodando fili ancora slegati, o addirittura inesistenti. Spero che tutti i decisori direzione di Capodimonte e curatori della mostra, governo del Pio Monte e direzione generale delle Belle arti possano considerare seriamente questa soluzione .