Alcuni anni fa scrissi sempre sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno un articolo che si intitolava «Peccato che Napoli non è Tirana». Provocatorio di certo per raccontare il rapporto fra immobilismo napoletano e energie giovani e positive della nuova Albania. Ci riflettevo ieri, pensando di essere stata forse troppo critica sulla mia città, mentre la televisione mandava in onda le immagini dell'assalto al palazzo del governo a Tirana e il primo ministro Edi Rama concedeva un'intervista lucida e inquietante al Corriera della Sera . Ero, dunque, pronta ad un mea culpa incondizionato. Ma poi si è abbattuto su Napoli un uragano d'acqua stile Bill Viola: polemiche, scritti, raccolte di firme «autorevoli e autoritarie» contro l'opportunità di spostare di un chilometro un quadro di Caravaggio dal Pio Monte della misericordia al museo di Capodimonte per una mostra prevista nell'aprile 2019. Molte opere da musei europei sono già in arrivo a Napoli e una esigua parte della città cerca di impedirne la temporale migrazione. Vivacità democratica? Voglia di democrazia partecipativa di élite da sempre vigili a bloccare piuttosto che a dare mettendosi al servizio della città? Oppure antica sindrome di una città pietrificata con piccoli corti «autoctone» e in via di estinzione che si mobilitano solo per bloccare usando tutti gli strumenti possibili evocando un familismo amorale? L'interesse per la città si trasforma in interesse tecnico-burocratico, diventa linguaggio apparentemente sapiente che non conosce mediazioni contemporanee e sociologiche su una diversa e condivisa visione di «bene comune». Basterebbe riflettere su una visione forse troppo semplice di «pubblico» che mi è trasmessa dalla democrazia stile canadese, Paese dove vivo la maggior parte dell'anno; si impara, si assorbe il linguaggio di un artista con un confronto ravvicinato, con la possibilità di usufruire in un sol luogo delle sue opere. Le mostre nel mondo contemporaneo mandano un messaggio chiaro dal punto di vista sociologico: a New York o a Parigi, a Berlino o a Madrid si produce una pedagogia capace di far sedimentare nell'immaginario individuale contemporaneo esperienze forti. La mia riflessione, se pur parte dal dibattito innescato in questi giorni dall'evento-mostra del Caravaggio in aprile, è più ampia sociologicamente e va ben oltre il tentativo di bloccare la migrazione temporanea di un'opera verso la sede naturale espositiva del museo di Capodimonte. Cerco di interrogarmi sulla sindrome di una città che definisco pietrificata e che altri in un libro importante hanno identificato come città psicotica. Preferisco la mia definizione poiché nell'ambito della follia si nasconde sempre una ricerca di libertà che non mi sembra appartenere a questa polemica. Troppo nobile e dolorosa la psicosi: una parte imponente della società, trasversale socialmente, non ama rischiare, preferisce essiccare i rami fertili che appena appaiono vengono identificati come potenziali pericolosi negoziatori di poteri predeterminati. Oppure consuma le sue forze per ingannare e aggirare leggi come la moltiplicazioni dei cambi di residenza delle ultime settimane per poter accedere al reddito di cittadinanza. O ancora la barbarie di scagliare la rabbia e il dolore per una perdita umana, su beni pubblici come vendetta di un presunta gestione di malasanità. Quel portone di Palazzo Serra di Cassano è un monito spesso dimenticato da tutte le enclavi sociali che agiscono sul territorio. Questa mia critica trasversale comprendo che possa creare indignazione: firme autorevoli e violenza distruttiva nell'ospedale messe sullo stesso livello. Allora suggerisco una rilettura attenta della città porosa di Walter Benjamin o del perturbante di Sigmund Freud per aiutarci a penetrare, con una riflessione più radicale, sulla città pietrificata. È evidente che non dimentico le numerose eccellenze , né le parti della società impegnate nel quotidiano e senza sindrome da attivismo in emergenza: la sinergia e collaborazione fra i vari musei di Napoli è un esempio preciso per sottolineare che rigore e vitalità esistono e resistono. Ma il gioco del fare e disfare, la paura del poter innovare e ancora la mancanza di solidarietà verso chi fa nuove e audaci proposte o la mancanza di coraggio e eleganza nel dar spazio ad altri protagonisti nella città producono una perenne ambiguità e diffidenza: l'immobilismo è il risultato di questa sterile resistenza ad «osare».