Pro o contro il trasferimento delle «Sette opere di misericordia» dal Pio Monte per la mostra a Capodimonte? Lo dico subito: sono contro. Il mio essere «contro» nasce, innanzitutto, da un'esperienza personale. di Vincenzo Trione Pro o contro il trasferimento delle «Sette opere di misericordia» dal Pio Monte per la mostra a Capodimonte? Lo dico subito: sono contro. Il mio essere «contro» nasce, innanzitutto, da un'esperienza personale. 2010. Milano, Palazzo Reale. In collaborazione con la Fondazione Salvador Dalí di Figueras, stavo lavorando a una mostra dedicata al rapporto tra il controverso pittore surrealista e il paesaggio. Nel percorso critico che avevo disegnato, avevo scelto alcune opere poco viste insieme con quadri più celebri e iconici. Tra gli altri, avrei voluto esporre il Cristo di San Juan de la Cruz. Forse, molti lo ricorderanno: sullo sfondo, la spiaggia di Port Lligat; in primo piano, una crocifissione vista non dal basso ma dall'alto, presentando la nuca e le spalle di Gesù inchiodato alla croce e quasi proiettato verso terra. Quell'olio su tela non era mai uscito dal Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow. Anche in occasione di una delle più grandi antologiche daliniane tenutasi al Palazzo Grassi di Venezia nel 2004 non era stata fatta nessuna deroga. Una scelta che, in quel momento, mi era apparsa troppo rigida. Perciò avevo chiesto a diverse autorevoli figure istituzionali di aiutarmi per portare quel dipinto a Milano. La risposta del Direttore del museo scozzese fu netta: chi vuole vedere il Giovanni della Croce di Dalí deve venire in Scozia. Un po' come chi vuole vedere La dama dell'ermellino di Leonardo è «costretto» ad andare al Museo di Cracovia. A distanza di anni, posso dire di condividere posizioni radicali come quelle del Kelvingrove di Glasgow; e giudico in modo severo quelle istituzioni pubbliche e private (musei, fondazioni) che tendono a prestare con troppa leggerezza momenti significativi del proprio patrimonio (spesso, in cambio di cifre molto elevate). La recente vicenda caravaggesca, dunque. Quando ho letto della prossima mostra su Caravaggio al Museo di Capodimonte, mi sono posto subito alcune domande. Perché ancora un'esposizione su Caravaggio? Davvero se ne avvertiva il bisogno? Quali conoscenze ulteriori apporterà rispetto ad altre importanti mostre sullo stesso pittore (come quella curata da Nicola Spinosa sempre a Capodimonte nel 2004 o come quella curata da Carlo Strinati alle Scuderie del Quirinale di Roma nel 2010 o anche come quella curata da Rossella Vodret al Palazzo Reale di Milano nel 2018)? Poi, ho letto del trasferimento delle Sette opere della misericordia dal Pio Monte della Misericordia. Perché? Qual è il senso di questo prestito? Qui non si tratta di appellarsi a cavilli giuridici o a legati testamentari seicenteschi (come qualcuno ha fatto su queste colonne). Occorrerebbe, invece, solo buon senso. Innanzitutto, un'istituzione seria come il Museo di Capodimonte non dovrebbe neanche avanzare la richiesta di un'opera custodita in un luogo pubblico come è la Chiesa del Pio Monte della Misericordia. Che, a sua volta, avrebbe il dovere di resistere a certe «tentazioni». Inoltre, bisognerebbe sempre cercare di evitare continui «espianti» delle opere d'arte, che sono come corpi fragili, da non sottoporre a stress né a rischi: perché ogni «viaggio» più o meno lungo espone quei corpi a possibili pericoli conservativi. Solo in rari casi i quadri dovrebbero uscire dalle case in cui sono conservati: quando quelle «trasferte» sono legate a occasioni uniche (non mostre-spettacolo ma mostre esito di lunghi studi); e possono favorire un aumento di senso o una crescita di conoscenza. Infine si sa mostre come quella promossa da Capodimonte sono anche eventi popolari, rivolti a un pubblico ampio. Molta parte di quel pubblico, probabilmente, è andata al Louvre o alla National Gallery di Londra, ma non ha mai visto i tanti capolavori nascosti nelle chiese del centro storico della nostra città. Mostre come quella che sta per inaugurarsi potrebbero essere un'occasione straordinaria per spingere tanti visitatori ad andare a cercare tracce di Caravaggio e dei caravaggeschi in giro per Napoli. Solo in questo modo quei visitatori potrebbero capire che Caravaggio non solo è vissuto qui, ma come pochi altri è riuscito a sentire le inquietudini e le ansie di questa metropoli involontaria. Che, poi, ha evocato proprio nelle Sette opere della misericordia , un'opera «disperatamente popolare» (come sottolineò Roberto Longhi). Coloro che si erano recati a vedere la grande mostra romana del 2010 erano stati invitati a vivere un'esperienza simile: a compiere una sorta di caccia al tesoro delle opere di Caravaggio «nascoste» nelle chiese del centro storico della Capitale. Per concludere, un piccolo appello: vorrei proporre un embargo (provvisorio) delle mostre su Caravaggio. Almeno per qualche anno. Ma so che il mio modesto appello è destinato a restare inascoltato.