SIENA. L'avventura di Daniele Pittèri alla guida del Santa Maria della Scala è durata tre anni precisi. Era arrivato a febbraio 2016 primo direttore selezionato con un bando internazionale voluto dall'ex sindaco Bruno Valentini con un mandato chiaro: ricostruire l'identità storica dell'ex Spedale e portarlo verso una sostenibilità economica che non pesasse più solo sulle casse comunali o sulle erogazioni targate Mps. Ha lasciato il 1 febbraio 2019, senza passare il testimone: il suo successore non c'è ancora, anche se dal Comune giurano che il bando uscirà a giorni. Nelle ultime settimane si era parlato di una «trattativa» tra lui e il neo sindaco Luigi De Mossi per un'eventuale proroga dell'incarico: pareva improbabile e, infatti, non c'è stata. Insomma ha prevalso la discontinuità poiché, come dice lui, «per la politica la discontinuità prevale su tutto». Cosa è successo? «Il sindaco aveva detto di non voler fare una scelta affrettata ed io mi ero reso disponibile a restare fino a fine anno. Ma se a 15 giorni dalla scadenza mi proponi una proroga di due mesi, io rifiuto, perché professionalmente è poco dignitoso». Si sente vittima dello spoil system? «No, ho sempre avuto chiara la scadenza del mio contratto. È solo un modo di fare la politica oggi; secondo me non è il migliore, ma un'amministrazione può legittimamente preferire figure più inclini al progetto che ha in mente. Obiettivamente, il sindaco ha alcune idee sul Santa Maria che condivido e che sono anche nel piano strategico, ma su altre secondo me importanti la nostra visione è discorde». Su cosa non siete d'accordo? «Fondamentalmente sull'idea che il Santa Maria della Scala sia un contenitore buono per qualunque cosa. Il Consiglio comunale e la giunta precedenti mi avevano dato il mandato di "fare un museo" e io ho lavorato per questo. È legittimo che la nuova amministrazione cambi indirizzo, ma questo non corrisponde al mio modo di vedere questo posto e, in generale, di valorizzare il patrimonio». Il sindaco e l'assessore al turismo vogliono aprire il museo agli eventi enogastronomici. E già si lavora per portarci la prossima edizione di WineSiena «Conosco bene la necessità di avere degli spazi in città dove svolgere eventi; infatti, insieme alla Fondazione Mps, abbiamo lavorato per il centro convegni a Palazzo Squarcialupi che sarà inaugurato a breve. Ma è necessario mantenere una rigida divisione tra luoghi deputatati alla fruizione museale e luoghi, invece, deputati ad altro». Qual è stata la sfida principale di questi anni? «Far diventare il Santa Maria della Scala un museo: quando sono arrivato non lo era, mancavano tutti i requisiti minimi. L'abbiamo vinta. Adesso una vacatio della direzione rallenterà la progettualità culturale o espositiva, ma questa oggi è una macchina complessa che funziona e non si fermerà». E cosa invece lascia incompiuto? «Avrei voluto vedere e gestire gli importanti lavori di recupero della strada interna. Concludere la riunificazione, qui, della Collezione Spannocchi. Definire un'importantissima donazione privata di una collezione d'arte italiana del secondo Novecento: ci ho lavorato un anno e mezzo, l'ho lasciato in consegna al sindaco». Quale deve essere, secondo lei, la visione futura della progettazione culturale di questa città? «Siena dovrebbe avere il coraggio di fare un'operazione radicale: andare oltre la messa a sistema delle tante realtà cittadine per creare un unico ente culturale che ne assorba la produzione di punta. Penso a una grande istituzione come la Biennale di Venezia, divisa per settori e discipline, che sia in grado di gestire i luoghi della cultura e determinare la produzione di contenuti. Per il senese l'idea fa drizzare i capelli, ma aiuterebbe anche a evitare la programmazione schizofrenica e sovrapposta che abbiamo visto spesso». E il Santa Maria come si inserirebbe in un contesto di questo tipo? «Il Santa Maria deve andare avanti in quel processo di autonomia che abbiamo disegnato nel piano strategico per arrivare a essere un'istituzione di natura privatistica in grado di dialogare con l'esterno e attivare fundraising». Cosa ha fatto per attuare questo processo? «Abbiamo stretto relazioni importanti: con il Ministero, con l'Opera del Duomo per la bigliettazione unica, con un gruppo di imprese che lavora in semiconcessione fornendo servizi e accollandosi una parte di costi. Abbiamo ottenuto l'accreditamento regionale, ricominciato a produrre e co-produrre mostre (tra cui la monografica su Ambrogio Lorenzetti, ndr ), aumentato la capienza del museo da 180 a oltre 1.000 persone grazie a lavori strutturali: in tre anni gli incassi complessivi sono più che raddoppiati, i visitatori triplicati. Ma i numeri vanno consolidati: oggi il Santa Maria stacca 200 mila biglietti l'anno, nel 2021 ne prevediamo 350 mila». Cosa lascia a Siena? «L'auspicio che esca un po' dal suo isolamento, costruendo un sistema relazionale forte che corrisponda alla sua notorietà nel mondo. Al Santa Maria della Scala auguro che continui questo percorso di rinascita perché è un patrimonio dell'identità senese, ma anche dell'Italia intera. Spero che il prossimo direttore sia una figura di grande qualità e, soprattutto, che abbia un mandato per lavorare in piena autonomia».