La località toscana di Monte Pisano prima classificata tra i Luoghi del Cuore del Fai, ho sentito dire ieri in un telegiornale. Come se Monte Pisano fosse un paese. Mi corre l'obbligo, quindi, di chiarire, con la pignoleria tipica del campanilista il monte pisano non è un paese, ma un luogo. Anche come estensione non è facile da definire: io direi che inizia a Caprona e finisce un attimo prima di Vecchiano, dove vivo, ed è centrato intorno a Calci, piccolo borgo ornato da una certosa barocca che è un gioiello di pace e di bellezza. Più che come luogo di unione, il monte di solito è luogo di divisione, fin dal Medioevo: è il monte «per che i Pisan veder Lucca non ponno», diceva Dante. Frapposto fra due città nemiche, come qualsiasi città toscana che si rispetti lo era con i propri dirimpettai, i quali volentieri ricambiavano. Monta qui che vedi Lucca, si dice infatti a Pisa, come invito triviale, volto a connotare la possanza delle proprie virtù meno nobili. Invito apparentemente poco elegante, ma decisamente sobrio se confrontato con gli altri termini di relazione e paragone fra le due città o, come si diceva, tra qualsiasi città toscana in generale. Perché la Toscana eleva al cubo una delle caratteristiche più tipiche dell'Italia: quella di non essere una nazione, ma 20 regioni suddivise in 107 province, tutte orgogliosamente diverse e tutte uguali nell'essere autentiche agli occhi di chi ci vive. Per questo il Monte Pisano per me è un luogo del cuore: perché ci ho vissuto, e ci vivo. Sono contento che questo, oggi, valga per così tante persone, oltre che per me. E che questo monte, che a scuola studiamo come elemento di divisione, abbia unito così tante persone a segnalarlo, convinte della sua bellezza passata, presente e, soprattutto, futura.