Marco Ciampolini Accademia di Belle Arti di Carrara Una proposta per la collezione Spannocchi Caro direttore, pochi lo sanno, ma la città di Siena, in Italia, nel campo della produzione artistica delle ere medioevale e moderna, viene subito dopo i grandi colossi di Roma, Firenze e Venezia. Ciò ha avuto riscontro in un illustre collezionismo, che ha visto i nobili senesi raccogliere opere dei maggiori maestri, non solo locali e non solo italiani, al pari, per qualità se non per quantità, delle grandi famiglie regnanti. Molte di queste collezioni sono andate disperse, tanto che della presenza a Siena di dipinti di Raffaello o di Caravaggio resta solo il ricordo documentario. Ciononostante a testimoniare l'importanza del collezionismo senese rimane la raccolta Spannocchi, che annovera, fra gli altri, quadri di Dürer, Altdorfer, Romanino, Lotto, Palma il Giovane, Cavalier d'Arpino, van Laer, Strozzi. Questo piccolo ma sceltissimo museo, costituito da circa 180 opere, passò al Comune di Siena nel 1835, che lo depositò nella locale Galleria dell'Accademia (dal 1932 Pinacoteca Nazionale). Subito si palesarono problemi di esposizione, essendo la raccolta costituita da opere estranee al percorso dell'arte senese, rappresentato dai dipinti di quella Galleria. Infatti, la Collezione che oggi denominiamo Spannocchi dall'ultima famiglia proprietaria, si era formata nel Seicento a Trento e a Mantova, grazie a membri di vari rami della casata Piccolomini. Così la raccolta finì per essere sparpagliata in più edifici pubblici: oltre ai locali delle varie sedi della Galleria dell'Accademia, gli uffici del Comune, quelli della Provincia, il Rettorato dell'Università, e persino la Galleria degli Uffizi. Negli anni Settanta del secolo scorso, per la pubblicazione del nuovo catalogo della Pinacoteca Nazionale, l'allora Soprintendente Piero Torriti e soprattutto Gabriele Borghini, iniziarono a recuperare i pezzi della raccolta, identificando quelli presenti nella Pinacoteca e segnalandone altri negli uffici comunali. Si apriva così una via per la ricerca che fu imboccata (1985) dallo scrivente e da Fabio Bisogni, i quali recuperarono i dipinti rimasti nelle sedi comunali, li tolsero dagli uffici, li musealizzarono nel percorso del Palazzo Pubblico e li resero noti attraverso due pubblicazioni. Si fece strada così la speranza di veder riuniti i vari segmenti della raccolta, una speranza che oggi, a distanza di oltre trent'anni, sembra incanalarsi nella giusta via. La meritoria mostra, aperta fino a maggio al Santa Maria della Scala, «Una città ideale: Dürer, Altdorfer e i maestri nordici dalla Collezione Spannocchi di Siena», riunisce le opere «Oltramontane» già divise in varie sedi. Con la loro vivacità variopinta i quadri di Dürer, Altdorfer, König, Snayers, van Veen, van Balen, Damery, Witting, Vredeman de Vries, ecc., allietano le vaste cortine murarie dei bianchi saloni del vecchio ospedale. Tuttavia quelle opere di piccole dimensioni, nate per ambienti domestici, si smarriscono nella vastità di quegli ambienti, finendo per perdere quel sapore d'intimità che rappresenta il loro valore più autentico. Ogni opera d'arte ha la sua natura, determinata dal contesto per il quale è nata, così che quando cambia di destinazione è necessario che ritrovi una situazione equiparabile a quella originaria. I quadri Spannocchi, sono quadri «da casa», che riacquisteranno la loro piena godibilità solo quando saranno esposti nelle misurate sale di qualche dimora nobiliare. L'edificio che a Siena ha le caratteristiche più idonee per accogliere le opere della collezione Spannocchi è il Palazzo Chigi alla Postierla, un palazzo che fu acquistato dallo Stato nel 1959 proprio come sede museale. Nelle raccolte sale della dimora di Piazza Postierla, i dipinti di Dürer, Lotto, Mazzola Bedoli, Farinati, Bordon, Angiussola, Moroni, Cairo, Strozzi, Vianino, Furini, Carpioni, Maffei, disposti in numero contenuto sulle brevi pareti, troneggeranno a completamento della superba decorazione platica dell'urbinate Matteo Sparti e pittorica dei fiamminghi Bernard van Rantwijck e Dirk de Quade van Ravesteyn, che già fanno dell'edificio un unicum in Italia e che contribuiranno a farlo divenire, il piccolo, ma preziosissimo, Palazzo Pitti senese.