Se non si avesse un po' di memoria storica si resterebbe impressionati, meglio ancora, scandalizzati dai dati presentati all'Acen dalla Scuola di Governo del Territorio sullo «stato dell'urbanistica in Campania». Lo scandalo non è di oggi, viene, come si dice, da lontano e solo in parte è stato mitigato dalle leggi nazionali, poche e non tutte andate in porto, nel corso della storia della Repubblica. Andò bene con la legge Galasso del 1985 per la tutela dei beni paesaggistici e ambientali e con la «Legge ponte» del 1967 di Giacomo Mancini che fu un argine alla cementificazione selvaggia. Portò male all'irpino Fiorentino Sullo la cui innovativa riforma urbanistica nel 1964 fu impedita mediante una provvidenziale crisi di governo. Solo per inciso, e non credo sia una coincidenza, i tre provvedimenti portano la firma di tre meridionali, un napoletano, un irpino e un calabrese, proprio a significare che qui, in questo nostro martoriato Mezzogiorno, dove lo scempio del suo peraltro incomparabile territorio è ordinaria amministrazione, sono i meridionali stessi, per quanto mosche bianche, quelli più avvertiti e determinati a combatterlo. E per restare alle eccezioni, non dimentichiamo Vezio De Lucia e la sua variante generale urbanistica per Napoli, probabilmente il provvedimento amministrativo più importante delle giunte Bassolino. Le eccezioni e la regola! Purtroppo la pianificazione urbanistica, vale a dire il progetto di futuro e la cornice entro la quale calare gli interventi edilizi, è un oggetto misterioso, per lo più fatto di carte e documenti a cui faticosamente segue un iter attuativo. Lo studio sulla Campania di cui parliamo ci racconta che «quasi tutti i Comuni adottano strumenti urbanistici obsoleti e non in linea con la legge regionale 16 del 2004» e che «solo 71 sono i Comuni che hanno approvato un Piano Urbanistico Comunale, mentre i restanti 479 (l'87 per cento circa) hanno adottato un Piano Regolatore Generale, un Programma di Fabbricazione o sono addirittura privi di uno strumento urbanistico». Della serie c'è pure chi si risparmia la finzione di uno strumento cartaceo che vale a poco se manca quello di gestione aggiornata del territorio. Amen! Terrificante poi ma non sorprendente la classifica per Comuni della percentuale di difformità dagli strumenti urbanistici: oscillazioni tra il 30 e il 60 per cento. Il che spinge Federica Brancaccio, presidente dell'Acen, a dire che «imperversa il disordine». Altro che disordine se si pensa ai cinquantamila abusi edilizi censiti senza tener conto del passato finito in cavalleria con la manna dei condoni e dello stillicidio dei piccoli abusi che deturpano le città e ne abbassano la vivibilità. Champagne! Questo disastro, va detto, non ha colore. Trasversale è la responsabilità. A conti fatti il rispetto del luogo in cui si vive (i cittadini) e che si governa (gli amministratori) è merce rara, a destra, a centro, a sinistra; ieri, oggi e, temiamo, domani. L'altra sera a Avellino abbiamo ricordato un collega che è stato sindaco della città, Antonio Di Nunno. La sua idea di «città giardino» e l'opera quotidiana per realizzarla sono state sottolineante ripetutamente. In un filmato (l'intervista che nel 1997 gli fecero Paolo Mieli e Marco Demarco) Di Nunno diceva che lui amministrava senza pensare alle elezioni future e che, per questo, aveva le mani libere per attuare il suo programma. Chissà, forse questa è la chiave che consente di aprire la porta del buon governo: non agire esclusivamente in vista di un guadagno elettorale e, quindi, salvaguardare l'interesse generale. Perché le nostre penose vicende urbanistiche e non solo quelle come il nostro presente ci ricorda raccontano non solo una storia di bassa qualità degli amministratori ma anche il pesante e asfissiante condizionamento elettorale quando non c'è di peggio che ha determinato il criminale saccheggio del nostro tanto decantato e, a parole, amato territorio. Allegria!