Vincenzo Melluso Ordinario di progettazione architettonica Università di Palermo Caro direttore, l'articolo di Vittorio Sgarbi, apparso sulle pagine del Corriere il 12 gennaio, stigmatizzava severamente l'esito per l'ampliamento del Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Difficile trattenersi dall'esprimere alcune riflessioni e la spinta viene, oltre che dalle righe di Sgarbi, soprattutto da una questione che continua a essere nel nostro Paese motivo di grandi equivoci e violente ma sterili contrapposizioni. Non sono interessato a prendere posizione rispetto alla soluzione che è risultata vincitrice a conclusione dell'iter concorsuale e che ha generato la forte polemica da più parti animata. Ma, come casus belli , ha di buono di saper attrarre la nostra attenzione sull'evidente contraddittorietà che può generare un inadeguato utilizzo dello strumento del concorso. Pur sapendo che è strategico per la scelta dei progetti migliori per la trasformazione e valorizzazione delle nostre città. La questione che emerge dalla ferma presa di posizione di Sgarbi incappa in un errore di base che, a mio avviso, è stato fatto: la scelta del tipo di concorso e, parte non marginale, della struttura del suo bando, ovvero quella che orienta gli assetti di progetto. Mi spiego. Non c'era dubbio che l'occasione di misurarsi intorno al tema dell'ampliamento di un complesso architettonico importante come Palazzo dei Diamanti avrebbe sollecitato tante idee e tanti punti di vista. Per arrivare a dare una risposta «misurata» e al contempo utile per rispondere alle nuove necessità espositive del Museo, si sarebbe dovuto procedere quindi con maggiore accortezza. E invece, quel che ora traiamo dalle evidenze, è che si è davanti a un bell'esempio di occasione mancata. È mancato il coinvolgimento delle parti che a vario titolo, per competenza, ruolo e responsabilità, avrebbero potuto e dovuto svolgere in fase di avvio di concorso un'azione di orientamento. È mancata anche una preziosa e necessaria verifica strategica degli obiettivi e anche un vaglio saggio della tipologia concorsuale da adottare. Come quasi sempre vediamo accadere nell'annosa questione che da noi mette a confronto la città storica e il progetto della contemporaneità ci si doveva anche preparare al dissenso. Si sarebbe evitata così l'ennesima querelle nella quale, troppo spesso, viene coinvolta oggi l'architettura e il suo modo di proporsi? Probabilmente no. Mettere mani e progettare all'interno di Palazzo dei Diamanti era un gesto destinato a sollevare tante attenzioni e sensibilità diverse. Non averlo considerato non tanto per pregiudicare un'idea di cambiamento, ma per aprirsi a delle soluzioni senza rinunciare alla capacità di essere anche oggi portatori di nuova bellezza non ha permesso di trarre da questa esperienza esiti positivi e determinare così un passaggio più naturale da idea a opera costruita. Creare con l'architettura contemporanea un dialogo colto e costruttivo tra l'oggi e il passato sembra qui una sfida di nuovo persa. Riguardando da fuori all'intero percorso, ciò che appare evidente è che la consultazione avrebbe dovuto avere un carattere più spiccatamente di indagine e verifica progettuale rispetto alle nuove necessità museali. Al contrario l'indirizzo è stato perentorio proprio nell'indicare la strada da far percorrere ai concorrenti per la definizione delle loro proposte. Dall'esperienza che ho ricavato nel tempo, penso che si possa affermare che il buon esito di un concorso di architettura ha un presupposto fondamentale nella adeguatezza e lungimiranza del suo bando. Il suo concepimento, la scelta della tipologia più adeguata al tema, la sua stesura, insieme a chi sarà chiamato poi a valutarne gli esiti, sono tutti fattori vitali e devono essere affidati a figure di alto profilo ed esperienza. Come accade altrove (vedi in Spagna o in Svizzera dove talvolta si utilizza il sistema del «concorso in parallelo»), nella stragrande maggioranza dei casi, questo compito è affidato a figure esperte, profondamente dentro ai temi che attengono alla disciplina del progetto di architettura, attraverso protocolli chiari e modalità ampiamente collaudate. Per guidare, indirizzare, prima ancora che per giudicare servono capacità ed esperienza. Un'osservazione ovvia in tanti altri settori del mondo che fa, che produce, che trasforma ma che qui, nel reame dell'architettura, e soprattutto quella in dialogo continuo con il patrimonio storico, fatica a mettere radici. La responsabilità verso una trasformazione colta e sostenibile delle nostre città e dei nostri territori, però resta. Le nostre città cambiano, invecchiano, si affollano, si svuotano. E sebbene ancora nel solco di una eredità straordinariamente luminosa nell'interpretare e attivare straordinarie mutazioni ora l'Italia arranca tra questo vistoso dispendio di energie, di preziose risorse progettuali lasciate da parte, di accalorate e irrisolte diatribe. Il rischio, sempre latente, in queste imprese lasciate senza pensiero e confronto d'avvio è che, a lavori iniziati, tutto si ripieghi nel tentativo di difendere posizioni e atteggiamenti autoreferenziali, a volte segnati dal pregiudizio. Una sterilità che non può offrire una crescita e un cambiamento dei luoghi, e neppure proposte adeguate ai bisogni dell'abitare oggi. Vogliamo coglierla questa occasione mancata? Facciamolo, in Italia le risorse ci sono .