«Non si ferma un cambiamento epocale bloccando i cambi di destinazione dei negozi. Ma è un fatto necessario, oltre che positivo, per difendere l'identità di una città». Reagisce così il sociologo e urbanista Giandomenico Amendola alla scelta del Comune di Firenze di porre vincoli di salvaguardia sui negozi storici. Professore, quindi la scelta di Palazzo Vecchio non è sbagliata. «Tutt'altro. In Europa lo si fa ovunque, dal Portogallo all'Ungheria. Negli Usa si difendono persino i caselli autostradali. Noi tendiamo a confondere storia con memoria. La storia la fanno gli storici. La memoria è quella della gente. È un errore considerare queste operazioni una banalità: i negozi sono elementi di identità delle persone. Se torni nel vecchio quartiere e non trovi più nulla del passato, la tua identità muore». Un po' come il ragazzo della via Gluck, insomma. «Sì: ma per Firenze è ancora più importante perché la città ha già avuto stravolgimenti incredibili. Senza memoria non c'è identità, e i negozi sono ancora oggi memoria. E lo sono sia icone come Rivoire che il verduraio, anche se il primo è un attrattore turistico. Non c'è una vera antitesi tra le due esigenze. Non è un caso che quando i negozi scompaiono, si ricostruisce tutto ad hoc». Come succede in alcuni mall e centri commerciali... «Esattamente: sa che la strada principale della prima Disneyland fu ricostruita identica a quella della città natale di Walt Disney, Marceline, in Missouri?». Bloccare il cambio di attività in questi negozi però, sostengono anche alcuni architetti, significa imbalsamare una città. «Questo è un rischio e va bilanciato col buon senso. Ma il vero problema è la città monoculturale. Mi preoccupa più altro: prima a gestire i ristoranti, i bar, erano le famiglie fiorentine. Oggi non è più così: si reggono sulle grandi catene». Firenze non corre il rischio di diventare, nonostante questi «paletti», una città massificata e globalizzata? Non siamo partiti tardi? «Nel momento in cui c'è una domanda ed un'offerta, dai tempi di Smith e Ricardo, l'offerta andrà dietro alla domanda. Se la domanda è turistica, si va dietro questa. Attenzione, però: il turista non cerca più il David, ma una "esperienza" turistica. E Firenze ha una storia che la rende capace di produrre una fascia enorme di esperienze. Dai luoghi di Hannibal al ricordo del Grand Tour: ma qualcuno propone l'esperienza di San Frediano?». Lei mi pare pessimista: non ci sono metodi per arginare questi fenomeni? «Non ci sono ricette. La città cambia continuamente con spinte in tensione tra di loro. Cambiano tecnologie, mezzi di trasporto, la base produttiva, l'anima delle persone. Il Palazzo della Signoria non può cambiare, ma cambia la domanda di esperienza in quella piazza. La vera dannazione di Firenze è, purtroppo, che è piccolissima. Altre città riescono a dislocare questi flussi. Ma il cambiamento è nei particolari: se nei vecchi appartamenti del centro la sovrintendenza non concede ristrutturazioni con ascensori, gli anziani e chi cerca case di standard alto non abiterà più, andrà a vivere fuori, affittandoli ai turisti. Ecco, quando parlo di buon senso intendo questo. E se oggi si può intervenire così, domani chissà quale altra soluzione andrà trovata: la città è un processo».