La vicenda delle griglie di Piazza del Plebiscito è paradigmatica di molte cose che accadono a Napoli. Innanzitutto, dà il senso di una città sempre più periferica in cui la discussione pubblica si esercita non su una Grande Opera, né sulla Tav e neppure su una visione strategica e progettuale della sua comunità, ma su interventi urbanistici, considerati assolutamente ordinari in qualsiasi parte del Paese. In secondo luogo, quando su un'opera pubblica la mediazione, l'ascolto e il compromesso, sono sostituiti dal muro contro muro del ricorso in giudizio. Insomma quando la politica soccombe alle carte bollate, a perdere siamo tutti noi napoletani, nessuno escluso. Non mi interessa quindi discutere dei torti e delle ragioni della vicenda, piuttosto segnalare come ancora una volta le istituzioni avrebbero potuto agire in maniera diversa e non l'hanno fatto. Forse per pressapochismo, forse per strafottenza, si è giunti al punto in cui il dialogo tra le parti aspro ma necessario, è morto sotto gli applausi scroscianti e il coro dei tifosi delle rispettive curve. Ma se la discussione pubblica è preda delle curve, non assistiamo solo alla polarizzazione e all'incomunicabilità delle posizioni, si allontanano anche tutti quelli che non vogliono vestire i panni dei tifosi e che normalmente sono la maggior parte dei cittadini. D'altra parte, non stiamo parlando di una piazza qualsiasi, ma della piazza più importante della città, una delle più importanti del mondo, simbolo della rinascita di Napoli, la piazza in cui i napoletani si riconoscono maggiormente. Insomma, mentre era scontato che «ferire» Piazza del Plebiscito avrebbe creato una frattura nell'opinione pubblica napoletana, sorprende davvero che il sindaco, così attento alla sua immagine pubblica «a difesa della città», abbia sottovalutato la mancata concertazione su Piazza Plebiscito, anzi sia andato dritto per la sua strada. Certamente non sta accadendo solo a Napoli di ridurre ogni policy pubblica che impatta nella vita dei cittadini a una forzata dicotomia tra un Sì e un No. Come se, nella società dell'opinione e al tempo della crisi dei corpi intermedi e della democrazia di rappresentanza, l'unico modo per aggregare fosse un messaggio iper-semplificato che etichetta chi sei, definisce a chi appartieni, tagga quello in cui credi. Ma come dice Giulio Andreotti nel Divo, interpretato dallo straordinario Toni Servillo, «le cose non stanno esattamente così: la situazione era un po' più complessa». Ecco anche sulle griglie la situazione era un po' più complessa. E la complessità va affrontata con strumenti contemporanei. Il 24 agosto dell'anno scorso, ad esempio, è entrato in vigore il decreto sul cosiddetto débat public che individua le tipologie di opere per le quali è obbligatorio coinvolgere i cittadini nel dibattito pubblico, prima ancora che i progetti assumano la loro forma definitiva. Questa consultazione fa perdere tempo? Tutt'altro, perché, sottoponendo un'opera al dibattito pubblico, diventano più facili la comprensione e la condivisione delle opere da parte delle comunità, e soprattutto si evitano contestazioni nella fase di realizzazione. C'è un tempo per raccontare i progetti, un altro per ascoltare le critiche, un altro ancora per coinvolgere l'opinione pubblica, e infine uno per decidere definitivamente dell'opera. Mi chiedo, se qualche stagione fa si fosse percorso questo metodo, non sarebbe stato più facile giungere a una conclusione positiva e condivisa delle griglie del Plebiscito? E poiché è ormai inutile discutere di quello che è stato, possiamo augurarci che le istituzioni della città tentino questa strada nella prossima opera che dividerà l'opinione pubblica? Anzi che l'opinione pubblica vorrà con-dividere, perché preferiamo essere cittadini consapevoli, invece che tifosi di parte.
Corriere della Sera
6 Febbraio 2019
Napoli, piazza Plebiscito. Se manca il pubblico dibattito
FR
Francesco Nicodemo
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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