Per informare correttamente il lettore di una vicenda giudiziaria sarebbe necessario avere a disposizione il fascicolo processuale. Senza di esso, ad esempio, non sono in grado di spiegare perché il Ministero dei beni ambientali e culturali (Mibac) sia intervenuto sull'autorizzazione rilasciata dalla Soprintendenza a collocare sul pavimento di piazza Plebiscito la oramai famosa grata di aerazione. Leggo, infatti, che il Mibac ha annullato d'ufficio il provvedimento autorizzativo, là dove, di regola, tale intervento in autotutela è di competenza della stessa autorità che ha emanato il provvedimento. Ossia della Soprintendenza. Né mi sembra invocabile il potere del Ministero di sostituirsi all'autorità subordinata o di avocare a sé le competenze di quest'ultima, trattandosi di un potere esercitabile soltanto in situazioni d'urgenza, quali di sicuro non erano presenti nel nostro caso. Metto, comunque, da parte il dubbio e prendo atto del fatto che il Ministero poteva intervenire. Tuttavia, non è detto che l'intervento fosse necessario. Perché il potere di autotutela possa essere esercitato bisogna che l'atto da annullare sia illegittimo, che vi sia un interesse pubblico che impone l'intervento e che lo stesso sia giustificato da una corretta comparazione tra gli interessi coinvolti (che tenga conto, cioè, del rapporto costi-benefici). In sostanza un annullamento d'ufficio non è possibile per valutazioni di merito. Di conseguenza, ammesso che il Mibac avesse il potere di annullamento, il giudice amministrativo ha dovuto valutare se lo abbia correttamente esercitato; se cioè il suo sia stato un controllo riguardante l'applicazione delle disposizioni di legge oppure abbia implicato valutazioni di opportunità e di convenienza. Non ci sono è ovvio disposizioni che dicano se la grata sia lesiva del vincolo che protegge l'architettura complessiva della piazza e la sua identità storico-ambientale. E neppure ha senso richiamare l'art. 9 della Costituzione secondo cui la Repubblica «tutelail patrimonio storico e artistico della Nazione». Non sono di quelli che leggono la Costituzione a giorni alterni o addirittura soltanto la domenica. Le porto rispetto come al testo che ci ha aiutati a progredire in questi settanta anni della nostra storia in una condizione di accettabile libertà e non apprezzo gli interventi successivi (penso in questi giorni allo scelerato art. 116, introdotto nel 2001, che porterà i cittadini delle Regioni ad essere cittadini italiani più o meno negli stessi termini in cui oggi i cittadini italiani si sentono cittadini europei). E, tuttavia, sono ben lontano dal pensare che le disposizioni della Costituzione non abbiano bisogno delle mediazioni della politica, perché se tutto fosse scritto e stabilito dalla Costituzione e, di conseguenza, se tutto fosse traducibile in diritti ed obblighi, non ci sarebbe spazio per la politica, che è tale perché è materiata di scelte inevitabilmente e necessariamente discrezionali. Ed il Paese finirebbe con l'essere governato dai giudici (come sta in qualche modo avvenendo, così scompensando il nostro sistema democratico). I modi secondo i quali si deve tutelare il nostro patrimonio storico ed artistico non sono, insomma, stabiliti dalla Costituzione, ma sono lasciati a tutti noi, senza predeterminazione di vincoli che ci renderebbero simili a robot programmati, ma non dotati di autonomo pensiero. Il Tar, se bene intendo, ha ritenuto che il Mibac abbia annullato l'autorizzazione del Soprintendente per una valutazione di merito e non perché fosse stata violata una qualsiasi disposizione di legge. Il che non gli era consentito. In un'epoca di sovranismi, queste discussioni tecniche appaiono oziose. Il popolo sovrano obietterà, infatti, che i tecnicismi sono coperture prezzolate a protezione di interessi non commendevoli. La grata non si deve mettere perché, per dirla con il Ministero, per bocca del quale parla il popolo sovrano, crea «una discontinuità nell'assetto della pavimentazione» di una piazza «che ha assunto per la città di Napoli un pregnante significato identitario» e compromette «uno spazio urbano figurativamente e dimensionalmente determinato nella prima metà dell''800». Di qui il suggerimento di collocare la grata in piazza Carolina, salvi gli «approfondimenti tecnici di indagini archeologiche». Il popolo sovrano, di cui il Ministro ritiene di essere, secondo l'attuale vulgata, portavoce, a questo punto dovrebbe porsi, tuttavia, il problema del rapporto costi-benefici. Al riguardo, posto che la metropolitana deve farsi; che per farla sono stati stanziati 177 milioni di euro, di cui 98 milioni sono di risorse europee; che lo spostamento in piazza Carolina non è sicuro; che esso richiede approfondimenti tecnici e indagini archeologiche; che non si sa quali possano essere i risultati di tali indagini (che, anzi, allo stato sono allarmanti); che piazza Carolina è adiacente a piazza Plebiscito così che comunque ci sarebbe una compromissione di quello che il Mibac definisce «pregnante significato identitario» (tanto più in quanto piazza Carolina è di dimensioni di gran lunga minori così che la grata salterebbe di più all'occhio); che i costi sarebbero destinati a lievitare enormemente e che i tempi si allungherebbero all'infinito; che il finanziamento europeo potrebbe saltare; posto tutto ciò il popolo sovrano (e, quindi, il Ministero che se ne fa portavoce) dovrebbe chiedersi se nel rapporto costo-benefici il gioco, per così dire, valga la candela. Personalmente sono di quelli che rimpiangono i vagoni della funicolare di un tempo o pensano con malinconia ai tempi in cui si raggiungeva il Vomero con il tram. Mi piego a malincuore alle esigenze dei tempi moderni, che impongono sacrifici, per cui sono costretto ad accettare l'idea che le nostre antiche città siano sovrastate da immensi ponti, che le imbruttiscono (e che talvolta crollano). E quando penso alla grata di piazza Plebiscito e alle vicende connesse, che sono ben lontane dall'essere concluse (e con l'impresa che iscrive di continuo nei registri riserve annotando gli aumenti dei costi), mi sembra che dovremmo tutti fare uso di moderazione. Ci lamentiamo perché il nostro sistema economico è in crisi. Constatiamo che non siamo in grado di competere con la concorrenza straniera. Ce la prendiamo con il mondo cattivo e soprattutto con l'Europa che non ci vuole bene. Dovremmo cominciare a chiederci se le nostre pretese di avere tutto e il contrario di tutto non siano eccessive (e in termini economici non ci costino, ad esempio, più o meno quanto ci costa la corruzione) e dovremmo, quindi, chiederci in quale misura vicende come quella della grata di piazza Plebiscito (che si aggiunge alle infinite altre oggi in corso) incidano su quei maledetti numerini che contrassegnano il nostro debito pubblico. Dovremmo cominciare a farlo noi, ma soprattutto dovrebbe farlo chi ci governa. Leggo che si potrebbe risolvere il tutto spostando la collocazione della grata nell'ambito della piazza stessa. Il Mibac approfitti della possibilità di mediazione; rinunci a proseguire per la strada del ricorso ai giudici, che non porta da nessuna parte e aggrava i danni che la collettività già sta pagando.