La matrice ha riaccolto i fedeli dopo 51 anni di chiusura e alcune vicissitudini legate al restauro. l terremoto l'aveva sfregiata, l'incuria e l'abbandono avevano fatto il resto, distruggendola. Oggi la Chiesa Madre di Sambuca di Sicilia, piccolo paese del Belice rinato dopo il terremoto del 1968, ha riaccolto i fedeli dopo 51 anni di chiusura. Costruita su un castello-fortezza di epoca islamica, chiamato Qasr Ibn Mankud, la chiesa ha subito tanti cambiamenti, che l'hanno trasformata totalmente. La bellezza ha portato decine di turisti a partecipare all'affollata messa della domenica dopo la riapertura del mese scorso: "Alcuni segni abbiamo deciso di non modificarli - spiega il vicesindaco Giuseppe Cacioppo - per mantenere viva ancora l'immagine del terremoto. Quello che però siamo riusciti a compiere è un vero e proprio miracolo, dopo anni di incuria in cui la chiesa ha subito più danni del sisma". A distruggere gran parte della chiesa Madre di Sambuca di Sicilia sono stati infatti gli anni seguenti il terremoto del 1968: all'inizio degli anni Settanta infatti era stato avviato un restauro che non portò a nulla se non a uno spreco immane di soldi, prima di uno stop improvviso dei lavori. La vicenda poi continuò nei tribunali per decenni, mentre i dirigenti si dimettevano e quella chiesa che rappresenta il simbolo del paese eletto Borgo dei borghi nel 2016 veniva distrutta dalla pioggia. Con la fase di restauro incompleta infatti, la chiesa era totalmente sguarnita da protezione e coloro che hanno ricominciato i lavori nel 2016 hanno trovato di fronte a loro un giardino tra le colonne della navate centrale. A fare il resto ci hanno pensato i ladri, alcuni dei quali hanno addirittura rubato alcune opere a muro, statue, bronzi e le canne dell'organo. Quel poco che è stato fatto in fase di restauro aveva addirittura peggiorato la situazione: i muri sono stati riempiti con iniezioni di cemento armato che ne hanno peggiorato la situazione estetica, oltre a creare danni alla struttura. Con molta probabilità questa era inizialmente una chiesa facente parte della fortezza che nel periodo normanno divenne una residenza di valore. Diversi dipinti oggi che ne testimoniano l'antichità fuoriescono ancora sotto l'intonaco, attribuiti a Bentivegna, così come quelli restaurati e rappresentanti San Pietro, santo a cui è stata intitolata in un secondo momento il luogo di culto. A dare colore alla chiesa furono gli stucchi dei primi anni dell'Ottocento, operati sul progetto dell'architetto Salvatore Gravanti proveniente dalla vicina Sciacca. Secondo quest'ultima modifica la chiesa venne rinnovata: furono chiuse le lunette sopra le finestre per creare le aperture più basse, mentre il soffitto dell'abside venne nuovamente ricreato con le pitture di Ignazio De Miceli. "Se non avessimo avviato i lavori avremmo perso la nostra chiesa per sempre - racconta il vicesindaco Cacioppo - eppure negli anni dopo il terremoto erano stati investiti 4,5 miliardi di lire che non hanno portato a nulla. Oggi stiamo lavorando per portare alla luce un'altra sezione della chiesa che comprende la parte più bella degli stucchi. Mentre serviranno altri finanziamenti per restaurare il campanile, prima colpito da un fulmine nel 1966 poi distrutto dal sisma del 1968". La Chiesa ha avuto la sua rivincita anche con l'apertura del museo diocesano, un gioiello realizzato nei locali della chiesa del Purgatorio. Nel polo espositivo sono conservate opere del pittore cappuccino Fra Felice e di Diego Planeta, oltre alle tante opere conservate dopo il sisma e prima custodite nelle tante chiese della cittadina così come nei luoghi di culto degli altri paesi del Belice, alcuni dei quali scomparsi dopo il sisma. L'intenzione della costruzione inaugurata tre anni fa è infatti quella di ricostruire il patrimonio della valle del Belice e dare testimonianza di quello che non c'è più. Se la ferita del terremoto è ancora viva infatti, oggi Sambuca guarda avanti, verso il futuro, cominciando dalla restaurazione del passato.
la Repubblica
4 Febbraio 2019
Sambuca di Sicilia, riapre la chiesa sfregiata dal terremoto del '68
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Alan David Scifo
la Repubblica
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