Monica Rovetta Consigliere comunale Pd La discussione in corso sulla destinazione della statua di Arturo Dazzi «L'Era fascista» invita ad alcuni chiarimenti concettuali, utili forse per ulteriori approfondimenti. 1) Un simbolo politico, come insegna Ernst Cassirer, è un mezzo per propagandare una ideologia. Un'opera d'arte, al contrario, è una «finalità senza scopo»: in essa ci si riconosce indipendentemente dalle ideologie. 2) Un simbolo politico di un'età totalitaria è un mezzo per affermare una ideologia che, dividendo tra amici e nemici, annichila l'umanità dell'avversario. Le opere d'arte sono esattamente l'opposto: sono «luogotenenti dell'umano». Utopicamente, volgono lo sguardo a una futura riconciliazione. 3) «L'Era fascista» fin da subito fu giudicata una brutta opera d'arte e un riuscitissimo simbolo del regime. 4) Il suo abbattimento nel 1945 fu il gesto simbolico della rinascita della democrazia liberale a Brescia e per decenni non se ne è sentita la nostalgia. Riportarlo in pubblico non significa offendere la memoria di chi liberatosi, rischiando la vita, dalla dittatura voleva liberarsi dai suoi simboli? 5) A Brescia la violenza fascista è ritornata, in età democratica, con una strage imperdonabile. Ha senso che in città ritorni in auge un simbolo di quella ideologia? 6) Piazza Vittoria ha un coté metafisico che ricorda i quadri di Giorgio De Chirico e vive indipendentemente dalla statua di Dazzi. Anzi: il vuoto sul piedistallo non dà un'ulteriore tonalità metafisica? Un vuoto che invita alla creatività e alla immaginazione, non alla nostalgia restauratrice. Tra gli interventi più recenti l'intervista a D'Orazio, Sgarbi e Caroli sull'edizione bresciana del Corriere del 5 gennaio scorso. Prevalgono ampiamente i favorevoli a ricollocare la statua in piazza Vittoria. Tuttavia il tema posto in questi termini rischia di essere fuorviante e di riaprire ferite di una storia ancora non condivisa e nuove fratture all'interno di un tessuto civile, per altri versi già sufficientemente sfilacciato, su un tema che non ha caratteristiche di urgenza che giustifichino un'attenzione così insistita. Sarebbe auspicabile, prima di ogni decisione, tornare a rileggere questa storia. Lo stesso Sindaco, d'accordo con la Sovrintendenza, suggerisce di affrontare il tema dopo un percorso di approfondimento. Saggia opzione che non può non essere condivisibile anche dai gruppi consiliari di minoranza, specie dopo che tutti hanno unanimemente sostenuto la proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre l'educazione alla cittadinanza nelle scuole, convinti che sia urgente ricostruire una comunità coesa e una rinnovata coscienza civica. Tra gli argomenti a favore la ricostruzione filologicamente corretta del volto della piazza, arricchita durante il ventennio della presenza della statua, ragione a mio parere insufficiente pur essendo ineccepibile da un punto di vista accademico. Fino a quando rimarrà anche una sola voce, tra coloro che hanno pagato un pesante tributo personale o familiare alla liberazione dall'occupazione nazifascista, contraria a ripristinare una statua che suscita reazioni di rigetto , credo sia doveroso ascoltare e rispettare questa voce. Nei confronti delle persone, la cui autorevolezza si fonda sulla propria testimonianza personale o familiare, siamo tutti debitori. Sono quelli che hanno edificato una nazione pacificata creando le condizioni per una società libera e democratica, di cui godiamo i benefici. Le ragioni della storia sono più forti di qualunque altra legge astratta e la storia è dalla loro parte, perché in tempi di scelte difficili, loro hanno scelto di stare dalla parte giusta. Qui però occorre interrogarsi sul significato storico di quel periodo così controverso che va dall'armistizio alla conclusione del conflitto, giudizio non affatto condiviso. Varie le ragioni. Certe zone d'ombra che comunque ci sono state, esecuzioni sommarie, abuso di potere allorché si avevano a diposizione delle armi, vendette personali, gravi violazioni dei diritti umani nei campi di prigionia degli Alleati segnano fortemente questo cruciale passaggio storico, ma ancora si fatica ad ammetterlo. Giustificabile nel periodo più prossimo agli eventi, molto meno a distanza di circa settant'anni. Di essi vi è stata a volte una lettura storica troppo manichea. Torniamo a rivisitare la nostra storia recente, perché diventi patrimonio anche di quella moltitudine oggi esclusa per i ricordi familiari di violenze subite a guerra finita al di fuori della legge. Come primo intervento preliminare a ogni discussione, perché non creare degli Stati generali, aperti a tutti, per una rilettura di questo periodo storico? Il dibattito sulla statua potrebbe trasformarsi in un'azione volta a una rilettura partecipata della nostra storia. La prima tappa di tale recupero: il dato storico, per cui la statua, pur rimossa nell'immediato Dopoguerra durante l'amministrazione Ghislandi, non fu distrutta sull'onda di qualche pulsione iconoclasta ansiosa di cancellare anche materialmente il ricordo della recente dittatura. Quale migliore lezione di moderazione: se allora prevalse il rispetto sul moto di ripulsa, raccogliamo tale insegnamento, rispettando sì tale manufatto, ma nello stesso tempo astenendoci, al momento, dal proporne intempestive ricollocazioni, che rischiano di riesumare troppi significati simbolici ancora ad esso legati e generanti reazioni divisive.
Corriere della Sera
31 Gennaio 2019
Brescia. Sette tesi sul Bigio
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Monica Rovetta
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Bene culturale
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