Le dispute degli urbanisti, il dramma degli sfollati e il restauro del colosso di Dazzi La piazza come baricentro del territorio urbano, vetrina di relazioni, e la piazza in cui il popolo abitante è sparito. La conservazione di un cuore storico e la sua riconversione alla modernità, il discrimine sottile tra scempio e riqualificazione, sullo sfondo di quella eterna lotta mitica tra il Kosmos, l'ordine, e Cronos, il tempo che divora i suoi figli. Dall'agorà ai salotti-non luoghi senz'anima di oggi, molta acqua è passata sotto i ponti, eppure il senso di una piazza interroga sempre la comunità. Piazza Vittoria, anche in seguito alle recenti polemiche sul Bigio, ha allestito una vera biblioteca intorno a sè. È una storia molto italiana, fatta di alternanze di assetti politici, di diatribe tra uffici tecnici, di competizioni tra il mondo imprenditoriale e professionale bresciano e quello romano, di concorsi irrituali, di distruzioni belliche e di rappresaglie, di simboli ingombranti, di memoria e diritto all'oblio. Un groppo di politica, affari, propaganda ed ideologia soggetto alla mutazione del divenire che conferma la fragilità anche dei valori coriacei. Solo un esempio che funge da metafora universale: rivelatrice la sequenza di un dimenticato film di Theo Angelopoulos (Lo sguardo di Ulisse, 1995) in cui, appena dopo la caduta del Muro, un gigantesco e smembrato Lenin marmoreo, guardacaso anche lì un colosso dismesso, scivola alla deriva su una chiatta lungo il Danubio chissà verso dove. «Piazza Vittoria a Brescia: un caso italiano. Arte, architettura e politica a confronto in uno spazio urbano controverso»: questo il titolo del decimo quaderno dell'AAB, che riunisce in silloge collettanea una serie di conferenze sul tema. Un libro per discutere (meglio), come suggerisce nell'introibo Massimo Tedeschi, presidente dell'associazione. Un libro che, senza prendere posizione sul Bigio, ricostruisce una anamnesi, fornisce materiale probatorio per un dossier prezioso, restituisce lo spessore complesso e multidisciplinare della storia con una leggibilità sostenibile. La piazza nacque dalla demolizione del quartiere medievale delle Pescherie molti dei contributi ricorrono al termine sventramento, che rende bene l'idea della radicalità dell'intervento : era il cuore storico della città con il suo labirinto di vicoli angusti, definito una «specie di villaggio semi-abissino», brulicante di «tuguri inabitabili» e di «case da demolirsi perché orribili e contrarie all'igiene»: così la stampa dell'epoca, prona al regime, che caldeggiò il risanamento come si trattasse della disinfestazione necessaria di un tessuto urbano avvertito come retrogrado e inadeguato alla vita dei tempi nuovi. Inaugurata nel novembre del 1932 in tutta la sua grandigia fascista, a soli sei anni dall'indizione del concorso per il nuovo piano regolatore tempistica frenetica, cantiere che impegnò circa 2500 persone Piazza Vittoria quel giorno, era l'1 novembre, ospitò Benito Mussolini. Accanto a lui c'era Marcello Piacentini, l'archistar dell'epoca, il «dittatore edile» che da giurato era diventato a sorpresa progettista, il docente universitario con la sua combriccola ma anche la sua fronda di architetti dissenzienti che pensavano che la purezza geometrica del razionalismo non avesse niente a che vedere con la retorica del monumentalismo. Questo il perno del volume su cui si innestano come costole gli approfondimenti: la vicenda dell'affresco superstite di Lattanzio Gambara, i danni dei bombardamenti, l'apparato scultoreo della piazza, la figura di Augusto Dazzi votato alla damnatio memoriae, il restauro della scultura denominata Bigio, il dualismo Dazzi-Zanelli per l'Altare della Patria, l'incredibile traversia degli sfollati dell'Oltre Mella, una sorta di operazione di pulizia sociale e politica (liberare il centro da presenze ostili), i casi di altre città europee coinvolte in «patrimoni dissonanti», l'esposizione di opere di Mimmo Paladino con la funzione di creare una nuova percezione di Piazza Vittoria, nella prospettiva che da archeologia di un passato ingombrante con i suoi fantasmi pesanti possa un giorno diventare luogo comune, nell'accezione primaria, senza derivati semantici. Straordinario il repertorio fotografico: documenti pietrificati dallo sguardo della Medusa che sono finestra sul cortile. Carlotta Coccoli, Giuseppe Merlo, Paolo Nicoloso, Maria Paola Pasini, Francesco Baccanelli, Elisa Pedretti, Anna Vittoria Laghi, Massimo Tedeschi, Gianfranco Porta, Monica Felice, Francesco Florenzano, Patrizia Battilani e Fausto Lorenzi: questi gli autori dei saggi. Già un testo di riferimento imprescindibile.